Aug 172015
 

stranglers (4)Ancora Buon ascolto e buone vacanze a tutti!!
La redazione di Slowcult.

Claudia Giacinti consiglia:  

Stranglers: No More Heroes  (A&M records, 1977 )

stranglers (5)In vacanza amo lo scorrere rallentato del tempo, così frenetico durante il resto dell’anno. Quindi, anziché essere proiettata a folle velocità in avanti, comincio a percorrere strade mentali con una tale lentezza che inevitabilmente ingrano la retromarcia e mi ritrovo a fare i conti col passato. Col mio passato. Ed ecco rispolverare dallo scaffale sonorità che in qualche modo hanno segnato la mia crescita (musicale e non solo). Come nel caso degli Stranglers e del loro “No More Heroes”, manifesto di un movimento che seppur nei concetti ricalchi la parabola del no future, lo fa sicuramente in una modalità più colta e raffinata. Contestualizzati nel pieno della prima ondata punk, i quattro uomini in nero si discostano dalle sonorità tipiche dell’epoca. Infatti la proprietà del linguaggo musicale, le dissertazioni strumentali capitanate dalle tastiere di Dave Greenfield, la voce graffiante ma al tempo stesso melodiosa di Hugh Cornwell, la gran personalità di Jean Jacques Burnell al basso e la sinistra ma decisa presenza di Jet Black alla batteria, fanno di loro un qualcosa di unico e di difficile catalogazione. Sicuramente qualcosa che si avventura al di fuori delle strutture musicali consuete e che si tinge di venature gotiche e progressive. Questo secondo album, dalla cover sfavillante nonostante il soggetto macabro, si impone con le sue undici tracce sparate come un fuoco di fila. Tracce che racchiudono al loro interno un mix di irriverenza, rabbia, denuncia e dissacrazione comuni al movimento, ma al posto dei 4 accordi gettati alla rinfusa per raccontare il tutto gli strangolatori si avvlagono di una cifra stilistica che affonda le proprie radici nel jazz, nel blues, nel classico. Una contaminazione che li pone a capo di un’avanguardia colta, apripista in un certo senso di quella new wave che da li a poco muoverà i suoi primi passi, segnando la scena degli 80. Anche se questo lavoro, suo malgrado ma con pieno diritto, rimane imprescindibile dallo scenario punk diventantone una delle pietre miliari.

Fabrizio Forno consiglia;

Kevin Rowland & Dexys Midnight Runners – Too-Rye-Ay (Mercury Records 1982 )

dexys1982, il punk sta esaurendo l’iniziale e devastante forza propulsiva, gli U2 sono una band di culto ma ancora racchiusa in ambiti più ristretti ed ancora non di rilevanza planetaria, il rock tradizionale se non è morto è sicuramente gravemente malato. In questo scenario anglosassone  ‘di passaggio’ ecco una proposta che immette aria fresca, un nuovo che sa di antico, un folk abbondantemente farcito di r’n’b, un look da working class heroes che spacca il teleschermo (MTV è agli albori, ma già può determinare il successo di una band grazie al video giusto ed alla relativa heavy rotation). Siamo al secondo album della band di Birmingham, il cui esordio aveva suscitato profondo interesse grazie soprattutto ad un fortunato singolo Geno che li impone sulla scena non solo locale, ma nazionale ed internazionale. I loro live sono particolarmente esaltanti ed entusiasmanti, il riscontro di critica e pubblico è talmente positivo da essere di difficile gestione. Il successo  travolge la band che si spacca, col solo Kevin Rowland, leader e vocalist, a portare avanti il progetto ed a comporre i brani (10) di questa opera seconda. Non a caso la copertina raffigura un disegno che ritrae  il solo Rowland, a tutti gli effetti artefice unico di questo piccolo grande capolavoro. Il mix di ballate malinconiche (All in All,  Old, Plan B), e brani energici e vivaci (Let’s Make it Precious, I’ll show You)  è davvero irresistibile; insieme ai coevi Pogues i Dexys rappresentano la punta di diamante di un irripetibile scena folk punk, in questo caso molto raffinato e gioioso. Non a caso tra i primi brani della tracklist si ritrova la cover di ‘Jackie Wilson Said’ del grande Van Morrison, artista la cui poetica e percorso artistico  calzano perfettamente con lo spirito e le atmosfere della band.

Ma il brano che più di tutti mi ha spinto alla scelta di questo disco come mia proposta per questa estate è la splendida, coinvolgente, entusiasmante canzone finale Come On Eilen, recentemente riscoperta nella colonna sonora di Noi siamo infinito ed introdotta da un bucolico violino in perfetto spirito celtico, per poi partire con banjo, fiati, cori da pub o da stadio, il verso che fa da titolo all’intera raccolta da cantare a squarciagola. La lunghezza del brano consente alla canzone un ampio sviluppo, con vari momenti, fatti di rallentamenti, accelerazioni ed un crescendo rossiniano di rara efficacia.

Il caratteraccio di Kevin Rowland ha impedito alla band la carriera ed il successo che questo e il precedente album facevano presagire; ci sarebbe stato almeno un altro album degno di nota (Don’t Stand Me Down), ma niente di paragonabile a questo gioiellino. Ascoltatelo sorseggiando una pinta doppio malto, oppure in campagna, nell’aia vicino al fienile al tramonto davanti ad un falò, magari indossando una salopette col fazzoletto al collo, sarà di certo un bel momento.

Federico Forleo consiglia:

Jim O’Rourke : Eureka (Drag City 1999)

Fede2015Personaggio eclettico e di impossibile catalogazione, Jim O’Rourke è stato e continua ad essere una figura fondamentale dell’ultimo ventennio musicale. Conosciuto ai più probabilmente per la sua militanza come tuttofare nei Sonic Youth nella prima metà del 2000, il suo nome è legato anche a formazioni più sconosciute ma di grandissimo pregio quali Gastr del Sol e Loose Fur, senza contare le collaborazioni dentro gli studi di registrazione con band e artisti dal calibro di Wilco, Smog, Joanna Newsom, Melt Banana, Stereolab, Faust e chi più ne ha più ne metta. La sua carriera solista, caratterizzata da una prolificità impressionante, è composta da innumerevoli lavori, che per lo più si inseriscono nel solco della musica d’avanguardia e sperimentale della scena newyorkese di inizio anni 90.

Dal 1997 però Jim O’Rourke licenzia, sotto il marchio dell’etichetta Drag City, lavori più convenzionali e accessibili (l’ultimo, “Simple Songs”, è stato pubblicato proprio quest’anno) all’interno dei quali la forma canzone e l’influenza di musicisti come John Fahey e Burt Bacharach prendono inaspettatamente il sopravvento. Con il secondo lavoro del 1999 “Eureka”, il musicista di Chicago firma forse la sua opera più completa, dove gli ossessivi e rilassanti fingerpicking che caratterizzavano il precedente capolavoro “Bad Timing” si sposano alla perfezione con le melodie rock-pop che affioreranno ancor più nel successivo “Insignificance”.

All’iniziale “Prelude to 110 or 220/Women of the World”, un mantra di nove minuti in crescendo delicato e minimalista sublimemente orchestrato, seguono episodi (apparentemente) più semplici, facendo emergere l’enorme talento di arrangiatore di O’Rourke, fatto di duetti e dialoghi improvvisi tra corni, chitarre slide, viole e pianoforti (“Ghost Ship in a Storm” e soprattutto “Please Patronize Our Sponsors”). E se a omaggi ben espliciti (la cover bacharachiana “Something Big”) se ne alternano altri più nascosti (“Through the Night Softly”, quasi una rilettura di “The Great Gig in the Sky”), le finali “Eureka” (un’altro toccante mantra assai più sperimentale e elettronico) e “Happy Holidays” (una strabiliante mini-suite pop-rock di appena un minuto e mezzo) portano alla conclusione un lavoro a dir poco perfetto, un esempio di come in campo musicale non esistano barriere e confini, confermando la versatilità di un musicista intellettuale e d’avanguardia quale Jim O’Rourke, capace di muoversi a tutto spiano e di mettersi con umiltà e classe al servizio di semplici melodie pop, raggiungendo altissime vette artistiche.

 Dark Rider consiglia:

Type O Negative: Bloody Kisses, (Roadrunner Records 1993)

type_o_bloody_kissesQuesto malinconico album dei Type O negative, oscura band newyorkese di culto, fortemente malata, delirante, rappresenta un capolavoro della musica gotica degli anni novanta.

Un felice incrocio di doom metal, gothic, hard rock, pop e progressive rendono quest’opera abbastanza unica nel suo genere.  Si tratta di una commistione di generi assolutamente originale, anche se, dal punto di vista contenutistico essa esprime elementii fortemente blasfemi, malsani, paranoici, che rispecchiano in gran parte la personalità di Peter Steele, il frontman e bassista del gruppo, scomparso nel 2010, misantropo, dotato di una potente voce baritonale, caratterizzato da un oscura tendenza all’autodistruzione  ed alla teorizzazione del suicidio, sia pure attenuata da un forte senso dell’ umorismo, in parte aderente al personaggio che si era creato: un Jim Morrison più cupo e psicotico, filtrato attraverso il dolore di Ian Curtis, ma capace di momenti di grande dolcezza, che esprimeva nelle sue liriche, disorientando molto spesso l’ascoltatore.

Una specie di poeta gotico maudit irritante e nichilista, che assumeva su di sé l’emarginazione e l’alienazione dei sobborghi della metropoli, trasformando il dolore in rabbia autodistruttiva, diventando una piccola icona del rock maledetto e trasgressivo, e che univa sapientemente sonorità dei Beatles e dei Black Sabbath, a suo dire, le massime fonti di ispirazione.

Bloody Kisses è un album furente e primordiale, eppure a volte appare quasi pacato, lento, solenne, dove un tappeto sonoro costante di tastiere gotiche  introduce ed accompagna i brani più significativi, intrisi di morte, satanismo, erotismo perverso, negatività. Un vero trattato di “Psicopathia sexualis” e di violenza estrema, dove con ironica blasfemia viene tratteggiata una figura di donna cristiana (“Christian Woman”), mentre in “Black no.1” si raccontano storie di vampiri, ed in particolare, l’incontro ravvicinato, ad alto tasso erotico, con una implacabile “non morta”, ed in “We Hate Everyone” si fa professione nichilista di odio contro tutte le ideologie, che si identifica con l’odio per l’umanità intera. La title track è sperimentale ed inquietante, introdotta da un organo di maestosa bellezza (le tastiere immaginifiche di Ash Silver), che ora in tono soffuso, ora in tono possente, accompagna ogni momento del brano, che via via si fa sempre più rarefatto, funereo, solenne, drammatico.

Ma l’intero album è realizzato con improvvisi stacchi, cambi di tono, che derivano anche dalla tensione sperimentale dell’ensemble, ove da arpeggi di chitarra elegiaci e sognanti (di Kenny Hickey, cui si devono anche i violenti stacchi di chitarra elettrica) si passa all’improvviso al furore del metal estremo, ed ad un vero e proprio linguaggio di matrice industrial, con percussioni efficacemente metalliche (di Sal Abruscato), senza tralasciare una certa creatività di impronta progressive. Ovviamente, la componente gotica è prevalente nel sound dell’album, che ha una struttura fortemente “doom”: la particolarità e la genialità dell’opera proviene dall’estrema imprevedibilità dei brani, che possono essere scomposti in tre quattro parti ciascuno, restando comunque sempre di forte impatto emotivo.

Certamente, pur non condividendo l’iconografia estrema dell’ensemble, intrisa di apparente disprezzo per la vita e l’umanità e di esaltazione pura della violenza (ma Steele affermò più volte che la sua voleva essere solamente rappresentazione di una situazione di vita di dolore, nella quale si trovava prigioniero, ed incapace di uscirne), ove l’estrema rappresentazione realistica nella musica e nei testi non trova sintonia con la cultura gotica classica, che tende a dare semmai una rappresentazione filosofica del male e delle figure che lo rappresentano, bisogna riconoscere che l’aspra poetica dei Type O Negative è dotata di una arcana fascinazione, derivante anche dal portato di una cultura fumettistica, mescolata a quella di certo cinema horror di serie B. Non a caso essi sono diventati un gruppo di culto per moltissime giovani band che si muovono tra neofolk, gothic, dark wave ed industrial music. Recentemente, una serie di ensemble europei ha dedicato loro un significativo tributo, realizzando un album di cover.

Fabrizio 82 consiglia:

Angelo Branduardi; Futuro Antico (EMI 1996)

angelo_branduardi_-_futuro_antico_-_frontIniziato nel 1996, il progetto Futuro Antico di Angelo Branduardi è a tutt’oggi giunto all’ottavo capitolo, sempre nel segno della riscoperta della musica popolare cinquecentesca e dei suoi barocchismi, completamente al di fuori di qualsiasi logica di mercato ma figlio della cifra stilistica del cantautore meneghino, all’interno di un percorso personale indipendente e legato ad un desiderio di conoscenza che non sembra volersi arrestare. Questo settimo episodio descrive, nella voce di Branduardi assieme all’ensemble “Scintille di musica” diretta da Alessandra Torelli, tre momenti della Roma papalina del XVI secolo, dividendo l’opera in sedici brani spalmati in tre segmenti, ossia in Canti carnascialeschi, Scherzi e Riflessioni e Trionfi. Ai momenti strumentali magistralmente introdotti dall’orchestra rinascimentale della Torelli, si alterna la voce celebrativa dell’aedo Branduardi, che declama nenie (come in Scaramella) o intona i versi di Pan de miglio, il tutto nel pieno rispetto della tradizione carnevalesca romana. Tra una Passacaglia e qualche Scherzo, Branduardi chiude poi col Trionfo di Bacco un lavoro che insiste nella riscoperta delle sonorità di un folk del passato conosciuto da qualcuno ma compreso da pochi, un’opera meritoria ideata da un artista completo che si avvale di musicisti eccellenti in grado di riproporre le arie canore respirate mezzo secolo fa. Chi si ricorda solo il Branduardi della Fiera dell’est troverà non poca difficoltà ad affrontare una simile proposta; coloro che invece amano la musica colta, ma d’estrazione medievale (e ricordano seppur vagamente l’Infinitamente piccolo) non possono fare a meno di questa perla, regalataci da un cantautore alieno rispetto alle mode ed interessato unicamente ad interiorizzare gli spunti provenienti dal maggior numero di fonti culturali possibili. Questa, senza dubbio, è vera arte.

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