Apr 092015
 

(Black Out/Universal, 2015)

★★★½☆

verdena_endkadenzA quattro anni esatti dal monumentale e un po’ dispersivo “Wow”, e appena tagliato il traguardo del quindicesimo anno di carriera, è da poco uscito “Endkadenz Vol. 1”, il nuovo album dei Verdena. Il titolo fa presagire l’esistenza di un seguito, ed effettivamente la band di Albino (provincia di Bergamo) ha già registrato la seconda metà di quello che in origine, al pari di “Wow”, doveva essere un doppio album, e che è stato diviso in due volumi per volere della casa discografica, con l’uscita di “Endkadenz Vol. 2” prevista per la prossima estate.

Tredici tracce e un suono densissimo, con chitarre cariche di fuzz, la voce di Alberto Ferrari perennemente satura, strati di tastiere e interventi di percussioni o voci aggiuntive e suoni vari, da cui traspare il lunghissimo tempo trascorso in studio dalla band (che come al solito ha prodotto il disco da sola nel proprio studio ricavato da un pollaio) a cesellare i dettagli e a sperimentare soluzioni. Il risultato è un’enorme palla sonora, forse anche fin troppo compressa, che certamente dà dimostrazione di potenza, ma allo stesso tempo non lascia respiro, come se il suono fosse intrappolato in uno spazio troppo stretto e fosse sempre sul punto di esplodere.

Il titolo dell’album è ispirato ad un effetto scenico teatrale ideato dal compositore argentino (ma trapiantato in Germania) Mauricio Kagel, in cui un uomo si schianta dentro un timpano da orchestra con la membrana di carta, restandovi infilato: un’immagine stravagante, fantasiosa, anche un po’ buffa, e i brani di “Endkadenz Vol. 1”, pur nella loro complessità e nella loro ricchezza di sfaccettature, non nascondono un fondo di ironia allucinata.

L’inizio del disco è affidato alla potentissima “Ho una fissa”, che si muove nel pieno della tradizione Verdena: muro di suono fangoso e linee vocali strascicate, sognanti e di facile memorizzazione, su testi criptici ad essere generosi, senza senso a voler essere cattivi. Sono pressoché onnipresenti tappeti di synth, anche nei momenti più placidi, che rivelano qua e là qualche eco beatlesiana, essendo i Fab Four un’influenza più che dichiarata del terzetto bergamasco. Placida e rilassata, prima del nervoso e stralunato finale, è la bellissima “Puzzle”, carica di mellotron e suonata al pianoforte, mentre le chitarre fanno un passo indietro, per tornare sature di fuzz nel singolo “Un po’ esageri”, tentativo decisamente dispensabile di canzone pop quasi ballabile, buono giusto per alzare un po’ la media della deprimente programmazione delle radio mainstream, oltre che poco rappresentativo del resto del disco.

Non del tutto riuscito è anche il buffo incrocio fra fuzz, ritmiche sintetiche e falsetto di “Sci Desertico”, e qualche dubbio lo lasciano anche i richiami a Rino Gaetano di “Nevischio” (unico brano prodotto da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle). Nulla di spiacevole, ma anche niente che riesca davvero a spiccare nella discografia di altissimo livello dei Verdena. D’altra parte non mancano momenti di classe altissima, come nella sequenza centrale che affianca “Rilievo”, “Diluvio” e “Derek”: all’incedere malinconico della prima, che scandita dal basso di Roberta Sammarelli accumula tensione e intreccia meravigliosamente chitarre e voce, si contrappone la seconda, splendida ballad dalle ritmiche robotiche, mentre “Derek” è un enorme rock, quasi à la Queens Of The Stone Age, in cui a farla da padrone è la batteria di Luca Ferrari.

“Vivere di conseguenza” ripropone atmosfere più lievi, e ha di nuovo per protagonista il piano sostenuto dall’andamento ossessivo ed estroso della batteria, prima del crescendo finale, mentre “Alieni fra di noi” alterna chitarre gigantesche ad atmosfere più dilatate. Soluzioni nuove e inusuali, come tastiere nel ruolo di un piccolo ensemble di fiati, spuntano in “Contro La Ragione”, brano non indimenticabile, ma che si stacca dal resto del disco per un groove molto più sinuoso e leggero rispetto all’andamento pesante e quadrato di quasi tutti gli altri brani. Al contrario sono un riferimento tipico dei Verdena quei Melvins cui sembra richiamarsi il riff pachidermico di “Inno Del Perdersi”, forse il massimo esempio di quel suono compresso, nero e ipersaturo che caratterizza un po’ tutto il disco. La conclusiva e malinconica “Funeralus” si sviluppa su drammatici tappeti di mellotron ed è scandita dal pulsare della drum machine, che la conduce dopo un breve momento di rarefazione ad un finale solenne e caotico.

In attesa di ascoltare il secondo volume e di apprezzare quindi “Endkadenz” nella sua completezza, così come è stato concepito dalla band, di questo “Vol. 1” possiamo intanto riconoscere qualche difetto ma anche molti sicuri pregi: il suono denso e la stratificazione senza fine di strumenti e voci rendono l’ascolto a volte faticoso, specie dove non è supportato da un songwriting all’altezza, e benché decisamente più breve di “Wow” anche questo disco soffre di una certa dispersività, dovuta a qualche brano sotto la media che non riesce a mantenere alta l’attenzione. D’altra parte i Verdena sfoggiano sempre intatta la voglia di percorrere anche le strade meno battute, di sperimentare con la composizione, con i suoni e la produzione, insomma, di fare quello che vogliono loro, come e quando lo vogliono loro, un’attitudine che non potrebbe permettersi qualunque band nella loro posizione. Il resto lo fanno una qualità di scrittura che spesso raggiunge livelli altissimi e un sound sempre riconoscibile benché composito e in costante evoluzione.

Recensione di Andrea Carletti

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