Apr 202015
 

BALLATA DEL CARCERE DI READING da Oscar Wilde, regia di  Elio De Capitani .Con Umberto Orsini e Giovanna Marini, musiche composte ed eseguite dal vivo da Giovanna Marini

Roma, Teatro India dal 14 al 26 aprile 2015

★★★★½

Ballata del carcere di Reading

La ballata del Carcere di Reading è uno scritto poetico di Oscar Wilde composto nel 1897 alla sua scarcerazione dopo due anni di lavori forzati scontati nel carcere di Reading in seguito alla condanna per omosessualità, in piena Inghilterra vittoriana,  conservatrice e conformista. Sembrerebbe quindi un componimento quanto mai lontano e inattuale. Eppure la lettura che ne portano in scena Umberto Orsini e Giovanna Marini, insieme al regista Elio De Capitani, ne fanno un’opera attualissima, e non solo per le moderne considerazioni sulla pena di morte ma anche per una riflessione profonda e dolente sulle mille sfaccettature della vita e della morte, sul perdono, sulla necessità dell’uomo di imparare a perdonare a e perdonarsi, e infine sull’amore, nel suo significato più ampio possibile.

Lo spettacolo è potente e colpisce dritto allo stomaco, con uno stile semplice ed essenziale: Elio De Capitani e Umberto Orsini hanno fatto una descrizione secca ed asciutta di quella umanità reietta, esiliata dal mondo e dallo sguardo collettivo, allontanata dalla società civile che si trova nelle carceri, un secolo fa come adesso, e Giovanna Marini si è trovata a musicare, ancora una volta com’è nel suo stile, parole bellissime, forti e fuori dal coro per esprimere concetti profondi e intimi non lontani da sentimenti ambigui, inesplicabili, comuni a molti di noi.

Credo infatti che sia abbastanza comune il conflitto tra la pena provata per i detenuti e il pensiero razionale che in fondo se stanno lì dentro a patire un motivo c’è, hanno commesso degli atti ignobili, hanno fatto del male ad altri esseri umani; questo stesso ambiguo sentimento è raccontato da Oscar Wilde nel racconto della vicenda di un altro detenuto conosciuto in prigionia, Charles Thomas Wooldridge, un soldato delle Giubbe Rosse di Sua Maestà,  che viene impiccato durante il suo soggiorno in carcere, condannato perché aveva  tagliato la gola con un rasoio alla donna  amata.

Eppure ogni uomo uccide la cosa che ama, Vorrei che ognuno lo sapesse, C’è chi lo fa con uno sguardo crudele, Chi con una parola gentile, Il vigliacco lo fa con un bacio, chi ha coraggio, con una lama sottile!”

 E’ la stessa Giovanna Marini in un prologo a scena aperta a raccontare la genesi dello spettacolo e il suo metodo per trovare l’ispirazione giusta nel musicare le ballate che fanno da colonna sonora a questo spettacolo (e che sono state riunite in un libro-CD uscito nel 2006, ed. Nota): quando ci ha provato in italiano non le veniva la musica,  era bloccata nel trovare una melodia adatta a quel racconto. Ma poi  la musica è fluita naturalmente quando ha cominciato a cantarle nella lingua originale, in inglese, l’inglese bellissimo di Oscar Wilde  ma usato qui in modo particolare: colto, raffinato e poetico come sempre in cui all’improvviso irrompono termini da avanzo di galera, imparati in carcere, espressioni truculente e sboccate che esprimono in maniera esplicita ed improvvisa tutto l’orrore che si respira tra quelle mura dolorose; eppoi è tutto scritto in rima, nota ancora Giovanna Marini, esattamente com’è la  musica popolare, di cui lei si occupa da anni.

Tutto lo spettacolo è intessuto di una nota scarna, triste e dolente in un dialogo tra Umberto Orsini e Giovanna Marine che sulla scena, asciutta ed essenziale a sua volta, si muovono, si inseguono languidamente e mestamente, riempiono la spazio di parole e di musica, scarna eppure tempestosa, suonata solo con la chitarra dalla Marini che pure dimostra un piglio corposo e presente nel suo tipico modo di suonare le musiche da lei composte, che spaziano da un lied di Shubert a ballate folk in stile irlandese, con quell’ampiezza di  respiro internazionale che sempre dà ai suoi componimenti in stile popolare.

E i protagonisti di questo spettacolo, cantato in inglese e prontamente tradotto in italiano da Umberto Orsini, quasi a giustificare l’urgenza di ridare significato al suono delle parole, in un dialogo serrato, a tratti ansioso, sembra che danzino l’intera ballata, così come in un gioco delle parti tra forza e sconfitta, virilità e sfinimento, rimpianto e convinzione delle proprie scelte come è stata in fondo tutta l’esistenza di Oscar Wilde in quel suo intento di fare della sua vita un’opera d’arte estetica e che forse ne ha decretato la rovina, almeno dal punto di vista fisico, non certo intellettuale ed artistico.

Ma quale rappresentazione poteva risultare migliore nel mettere in scena la contraddizione della vita e della goliardìa che porta giù giù fino all’abbrutimento, allo strazio della carne, fino alla morte? Quale confronto  tra poli opposti poteva essere più efficace di questo dialogo tra un uomo e le sue parole e una donna e la sua musica? Quale inseguimento poteva essere più rappresentativo tra la voce stentorea di Umberto Orsini che legge le parole da un libro e la voce tenue ed a tratti sottile di Giovanna Marini che languidamente interpreta le sue note cantando, suonando e riempiendo lo spazio dei suoi suoni con musicalità prorompente, vitale e poliedrica.

Così il momento culminate della poetica musicale coincide con il canto polifonico di un  De Profundis composto da Giovanna Marini e magistralmente cantato fuori scena da un coro di voci a cappella, voce lontana di un Oscar Wilde peccatore  che chiede perdono a tutti, a sé stesso per primo, e poi a tutto il mondo e poi alla sua arte per averla rinnegata! Voce intima ed inconfessabile di ognuno di noi perché nella vita stessa che viviamo si annida il germe della contaminazione, dell’appassimento, della morte.  Ed è proprio in un luogo lugubre e tormentoso come un carcere che possono venire a galla tali paure recondite e tante riflessioni sul male e sul bene, sul peccato e sulla redenzione, sul continuo e spesso ambiguo movimento per conciliare poli opposti e contrari che governano la nostra esistenza.

“Quanto più grande è la  pena tanto più grande ci sarà  bisogno di redenzione e di perdono”. 

 

Recensione di Susanna Ruffini

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