Mar 062010
 

Roma, Teatro Olimpico, 2-28 febbraio 2010
★★★☆☆
Dopo quasi un mese di repliche (dal 2 al 28 febbraio) al teatro Olimpico di Roma, i Momix si sono congedati dal pubblico romano che ha risposto con larghi consensi all’attesissimo nuovo lavoro della Compagnia americana.
Il titolo sognante di questa nuova impresa del coreografo Moses Pendleton è “Bothanica”: di piante e natura infatti si tratta. Ma anche di stagioni e della meraviglia suggerita dal mondo delle creature del regno vegetale. Stupore che certamente l’ideatore dello spettacolo vive in prima persona; tanto da creare questa sua nuova opera che per due ore ci regala una serie interminabile di quadri scenici uno più raffinato e conturbante dell’altro. Delle vere e proprie installastazioni, fatte di luci molto sapienti, di costumi belli da vedere e fantastici nella loro funzionalità, e di alcune trovate registiche che da sole valgono lo spettacolo. Una tra tutte, il secondo pezzo della prima parte in cui nell’oscurità totale sono illuminati solo braccia e gambe di tre danzatori. Queste parti del corpo così scollegate da ogni riferimento spaziale prendono forme insolite: più vicine al mondo floreale che al nostro. Ma a questo i Momix ci hanno abituato. È la loro estetica, e come dice il coreografo: “nel mio lavoro uso cose non umane per descrivere cose umane e viceversa”.
Lo spettacolo è una lunga lista di scene separate, alcune evocano dei fiori, altre degli agenti atmosferici, altre ancora degli elementi naturali.
Diviso in due parti, la prima racconta l’inverno e la primavera, la seconda l’estate e l’autunno. Idea molto basilare senza dubbio, forse un po’ troppo per accostarsi alle più delicate bellezze del nostro pianeta: i fiori e al loro succedersi nelle stagioni. Soprattutto in questa nostra epoca in cui l’uomo sta distruggendo il clima e consumando le risorse della natura, sarebbe stato auspicabile un’impianto un po’ più complesso e – perchè no? – anche critico. Ma Pendleton non si spinge così in avanti e si impegna invece a fornirci un’immagine visionaria. La optical confusion appunto, un modo per eccitare i nervi del cervello e stimolare la creatività anche nello spettatore. Ma se “Bothanica” è meravigliosamente suggestivo per il piacere dell’occhio, lascia alla danza un ruolo secondario e quando questa appare non vibra, non regala emozioni forti. Anche stilisticamente sembra avvicinarsi al neoclassico. Forme molto pulite impegnate soprattutto a evocare altre forme a discapito delle dinamiche dei corpi dei danzatori. È come se il movimento avesse l’unica funzione di accompagnare le bellissime e alcune volte complicate strutture senza mai fondersi veramente con loro.
Il tutto immerso in una colonna sonora dove si alternano a Vivaldi, Peter Gabriel e tanti altri artisti, anche dei suoni originali di uccelli raccolti negli anni dallo stesso regista-coreografo che, come è noto, vive in campagna nel Vermont gran parte dell’anno. È senza ombra di dubbio una bellissima e patinatissima opera, quest’ultimo lavoro dei Momix, che affascina e stupisce il grande pubblico. Per chi ama la danza più di ogni altra cosa e ama vedere come un corpo può sperimentarsi in nuove concezioni di movimento, resta un senso di delusione, pur riconoscendo la professionalità e il notevole impatto estetico di “Bothanica”.
C’era un tempo in cui i Momix colpivano l’immaginario collettivo con i loro illusionismi ma riuscivano anche a integrare nei loro pezzi una danza con la D maiuscola fatta di innovazioni stilistiche e di ironiche dinamiche.
C’è da chiedersi se per caso in questi trenta anni di attività abbiano perso un po’ di vigore e si stiano prendendo troppo sul serio.

Recensione di Claudia Pignocchi
Foto di Claudia Giacinti

  2 Responses to “Momix: i fiori sognati da Pendleton”

  1. [...] Read the original here: Momix: i fiori sognati da Pendleton « Slowcult [...]

  2. Concordo in toto.. tableaux vivants molto suggestivi, ma pochissima danza, a parte alcuni sprazzi. L’inversione proporzionale tra scenografie/costumi e danza non è felice, e alcuni momenti sono stati davvero troppo lunghi e ripetitivi, con musiche poco evocative. Credo che sarebbe dovuto durare due terzi del tempo effettivo per essere più efficace.

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