Mar 042014
 

Roma, Auditorium Parco della Musica sala Petrassi, 8 e 9 febbraio 2014

★★★★★

Equilibrio, Festival della nuova danza è giunto ormai alla sua decima edizione che come sempre si è tenuta all’Auditorium Parco della Musica ancora una volta sotto la sapiente direzione artistica di Sidi Larbi Cherkaoui. Al suo interno tanti spettacoli di compagnie più o meno conosciute in Italia in cui quest’anno la rappresentanza orientale si è fatta sentire in maniera molto massiccia.
Ma non è il caso di “Rian”, spettacolo originale e indefinibile dei Faboulus Beast featuring il musicista Liam Ó Maonlaí al quale si deve il titolo dell’opera poichè è lo stesso di un suo album del 2005.
La difficoltà di incasellare lo spettacolo in un genere prestabilito come danza, teatro, teatro-danza, concerto o via dicendo, non ha niente a che vedere con la sua riuscita. “Rian” infatti è assolutamento perfetto e nasce da un incontro tra il coreografo irlandese Michael Keegan-Dolen e i suoi otto danzatori provenienti da tutto il mondo con cinque musicisti massimi esponenti della musica irlandese, capitanati da Ó Maonlaí. In questo lavoro teatrale non c’è trama e nemmeno un significato recondito da dover tentare di capire, semplicemente “Rian” che nella lingua autoctona significa segno o marchio, ci presenta danzatori e musicisti uniti da un senso giocoso di comunità. Si assiste alla fusione totale tra la musica tradizionale e la danza contemporanea di Michael Keegan-Dolen che, in fortunata controtendenza rispetto al contemporaneo odierno, abbandona i virtuosismi talvolta di stampo circense per focalizzarsi di più sulla dinamica e sul colore dei movimenti. La danza sembra avere lo scopo fondamentale di rendere visivi i disegni sonori, armonici e emotivi della musica. Mai così bene è stato espresso il semplice e immenso concetto quel che ascolto vedo.
Grandissimi tutti, i danzatori che sanno anche suonare semplici strumenti e i musicisti che hanno presenza scenica e sanno muovere dei passi di danza. E’ tutto molto allegro ed evocativo di feste e riti popolari dei decenni passati, accentuato anche dalla scelta dei costumi di Doey Lüthi che ricordano il vestire informale delle casalinghe degli anni ’50.
L’idea è basica, c’è chi suona e c’è chi danza, ma forse proprio perchè la deriva di estremo concettualismo della nuova danza è sempre lì lì per prendere il sopravvento, uno spettacolo così smaccatamente di Cuore va salutato con il massimo dell’entusiasmo.

recensione di Claudia Pignocchi

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