Mar 222014
 

Roma, teatro dell’Orologio, 20-23 marzo 2014

★★★½☆

Secondo alcune strampalate teorie basate su immagini sgranate e su dubbie testimonianze, gli alieni sarebbero arrivati sulla Terra da diversi anni, entrando in contatto con i governi dei paesi terrestri, e controllando di fatto tutta l’umanità.
Qualcuno pensa che tutto ciò sia vero. Qualcun altro lo estremizza e lo porta sulla scena teatrale. Ma durante lo spettacolo, scaturisce la consapevolezza che gli alieni sono ovunque: nelle nostre paure, nella nostra chiusura mentale, nei nostri preconcetti religiosi, nelle regole della nostra società, a volte perfino nelle nostre certezze.
“Così rapiscono gli alieni” è la frase ricorrente di “g.U.F.O.”, atto unico della compagnia DoppioSensoUnico, nella persona di Ivan Talarico e Luca Ruocco, autori e (unici) attori dello spettacolo. E come rapiscono gli alieni? Facendo leva sulla vanità, sulla cultura, sui valori della famiglia, sulla religione, che possono diventare strumenti di controllo. Controllo a cui nessuno è immune, neppure i grandi nomi della storia, costretti dagli alieni a diventare quello per cui sono noti. In realtà (nella realtà dello spettacolo), Hitler vede solo cattiveria nella pulizia etnica, Newton non ha ben chiaro il senso di forza di gravità, Freud non sogna nulla, Marx è a favore della proprietà privata, e un Gesù balbuziente non sa che fare di fronte al corpo di Lazzaro morto.
E allora sì che siamo tutti gufi, come la coppia Luigino e Marisa, che non conoscono altro mondo al di là della propria casa, il cui sonno è l’interesse principale, che rifiutano categoricamente di aprirsi alla realtà delle cose, ed il cui problema principale è la presenza di un barbagianni, Gianni Barba per l’appunto, che fa leva su Marisa “per il fascino della barba”.
E di fronte ad un mondo di gufi, alla fine all’alieno non resta alternativa che rapire se stesso.

Lo spettacolo funziona ed è godibile e divertente. Nonostante l’alto numero di pause (che consistono in pochi secondi di buio, di passaggio da una scena all’altra), il ritmo è molto alto. Lo spettatore non sempre ha il tempo di capire quello che sta succedendo, ma è sempre coinvolto nello spettacolo, tenendo sempre presente il leit motiv che lo conduce. Un coinvolgimento che non è solo metaforico, con l’identificazione ora nel gufo ora nell’alieno. Ma è anche un coinvolgimento fisico, visto che i rapiti dagli alieni sono gli spettatori stessi, che diventano così parte dello spettacolo (ne sa qualcosa il sottoscritto, “costretto” dagli alieni a costruire aereoplanini di carta). E non semplici comparse, perché hanno comunque una loro autonomia sul palco (pur limitata, dovendo ubbidire agli alieni). E allora lo spettacolo diventa nuovo anche per gli attori stessi, che danno vita alla loro capacità di improvvisazione.
Ecco, la forza di “g.U.F.O.”, più che nella sceneggiatura, è proprio nella vis interpretativa di Ivan e Luca. La stessa opera, limitata ad una lettura, renderebbe meno. Ad esempio i giochi di parole, a cui spesso si ricorre (perfino nel titolo), non divertono in quanto tali, ma perché detti con una tale naturalezza che ne fa emergere la loro paradossalità. Naturalezza che convince che alla fine anche Talarico e Ruocco siano realmente e contemporaneamente gufi e alieni, rapitori e rapiti.

recensione di Andrea Longobardo

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