Mar 092014
 

M.E.D.E.A. BIG OIL, testo e regia di Terry Paternoster con gli attori del Collettivo InternoEnki: Mariavittoria Argenti, Teresa Campus, Ramona Fiorini, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Mauro Cardinali, Gianni D’Addario, Donato Paternoster, Alessandro Vichi

Roma, teatro Brancaccino, dal 20 al 23 febbraio 2014

★★★½☆

Un coro classico di nove attori per una rivisitazione del mito di Medea in chiave contemporanea. Siamo infatti nella Basilicata di oggi, illusa e delusa dal miraggio del benessere per l’intera popolazione e del progresso derivante dalle estrazioni petrolifere nella Val d’Agri, dove invece secondo il rapporto Eni del 2012 gli occupati residenti, tra diretti e indotto, superano di poco le ottocento unità, una vera miseria. Dopo quasi un ventennio di trivellazioni, di fronte ad un così basso impatto occupazionale è salatissimo il conto pagato dall’ambiente e dagli abitanti: muore la fauna nel lago del Perusillo mentre crescono i livelli di zolfo e benzene nell’aria. Per non parlare poi dell’aumento di tumori registrato in tutta l’area.
Quindi Medea, nipote del Sole e della maga Circe, che secondo la tradizione uccide i propri figli, qui rappresenta la madre terra che, ingannata dai ‘creatori del consenso’ e dai signori del barile, richiama i propri discendenti e, di fronte all’illusione di una vita finalmente liberata da migrazione ed umiliazione, li inghiotte nel pozzo senza fondo e senza speranza di un presente buio ed un futuro ancora più nero, viste le prospettive di un ulteriore aumento della produzione di petrolio, in una terra che rappresenta ormai il secondo giacimento su terraferma d’Europa.
Un’ora di spettacolo, quasi completamente in dialetto stretto ma comunque perfettamente comprensibile grazie alla mimica e l’espressività degli attori, che riproducono la via dei campi, la raccolta dei pomodori e l’imbottigliamento della pummarola, i dialoghi del popolo che si auspica ricongiungimenti familiari nella terra natia, senza più bisogno di fuga in Germania in cerca di quel lavoro che quaggiù nel profondo sud è sempre stato un miraggio.
Giovani attori ben affiatati, che indossano una scarpa sola proprio a simboleggiare l’eterna precarietà dell’esistenza in una regione che nel frattempo, dati Istat alla mano è diventata la più povera d’Italia. Un’ora densa di sensazioni, che avvolge e toglie il respiro, come nelle immagini iniziali del documentario proiettato prima dello spettacolo in cui fauna e flora locali soffocano nel fluido che invade campi coltivati, boschi e campagne della valle. Un esempio di grande teatro di impegno civile, che appassiona ed impressiona, che coinvolge e sconvolge il folto pubblico del Brancaccino, per quest’opera intensa e necessaria, giustamente vincitrice del premio Scenario per Ustica. Per maggiori informazioni sulle prossime repliche dello spettacolo e sul collettivo Internoenki visitate il sito www.internoenki.com

recensione di Fabrizio Forno

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