Nov 062011
 

Roma, Teatro Argentina dal 18 al 30 ottobre 2011

★★★★½

Galileo Galilei, mina vagante nell’ordine prestabilito dell’universo Tolemaico, eroe rivoluzionario in quel 600 precursore di una stagione di riforme e rivoluzioni, assieme ad altri grandi illustri quali Copernico e Keplero ma anche Shakespeare, è il tema centrale dell’ultimo lavoro di Marco Paolini, partito dalle scuole e via via sempre più strutturato sino a diventare un monologo teatrale di oltre due ore, in rappresentazione al Teatro Argentina dal 18 al 30 ottobre. ITIS Galileo è il nome di questo lavoro che, partendo dall’analisi del “Dialogo sui massimi sistemi” dello scienziato e filosofo toscano, introduce un discorso che si discosta ben presto dall’imprinting scolastico evocato anche nel titolo (dove ITIS sta per Istituto Tecnico Industriale) per mettere in evidenza attraverso la biografia, piuttosto che attraverso gli studi e le scoperte, i passi che portarono l’uomo Galileo a seguire sino in fondo le sue intuizioni, pur consapevole di dover lottare contro pregiudizi e  tirando su di se gli strali dell’opinione pubblica e della Chiesa in odore di Santa Inquisizione, con il recente esempio di Giordano Bruno a fare da monito.

L’ambizioso progetto si avvale di tutta l’abilità di affabulatore propria di Marco Paolini che riesce, con una naturale empatia, a coinvolgere il pubblico già dalle primissime battute e che lo seguirà per tutto il percorso costellato di ironia, verità scientifiche, riflessioni profonde, pochi ma mirati riferimenti all’attualità, lezioni di alto teatro. Il tutto in una scarna quanto efficace scenografia dove, al centro del palco è sospesa una mina che gravita sulla testa di Paolini e che ad un certo punto svelerà il suo pericoloso contenuto (il sistema eliocentrico) accompagnata da scritti e citazioni che a momenti fanno da sfondo per poi tornare a morire nel buio. L’ambizione è quella di portare lo spettatore, anche quello più profano in materia, a comprendere ed infine condividere la strada che portò Galileo alle sua scoperte, mettendo in discussione le verità acquisite e procedendo, anche per somme di errori, alla consapevolezza di una verità in contrasto con il sapere diffuso. A conferma di ciò Paolini porta ad esempio l’oroscopo, ancora oggi basato sull’interpretazione delle stelle fisse del sistema Aristotelico-Tolemaico, capace (secondo chi lo consulta) di governare i nostri destini pur basandosi su un sistema scientificamente superato. È più facile insomma credere a verità di comodo e prestabilite che verificare con i propri occhi. L’oscurantismo odierno, dice l’attore-autore in un’intervista, è causato dall’eccesso di informazioni veicolate dai media (TV in primis) autoelette a livello di verità assolute. Cerca quindi di stimolare le menti dei presenti in sala verso una presa di coscienza che renda attiva la partecipazione alla condivisione del suo messaggio. Geniale è anche il ricorrere alla “lingua nativa” (il veneto) in alcune parti dello spettacolo, quelle più ostiche se trattate in maniera tradizionale per tematica e contesto, e cioé un brano tratto dall’Amleto dell’illustre coetaneo Shakespeare, nonché un passaggio del “Dialogo” volto a spegare come sia possibile muoversi avendo la sensazione di star fermi, affidati ad uno strepitoso Zanni, maschera simbolo della Commedia dell’Arte.

Proprio dello stile di Paolini, lo spettacolo lascia un segno indelebile, portando a profonde riflessioni su una materia mai banale, affrontata in maniera competente ma con toni di sottile ironia (“Galileo fu il primo precario dalla storia” o “I suoi genitori reagirono alla sua richiesta di studiare matematica come reagirebbe oggi un genitore alla richiesta del figlio di frequentare il DAMS”) e di forti richiami alla consapevolezza (“È facile ridere delle teorie passate, meno facile contestarle quando le viviamo”). Il tarlo che ci assale a fine serata è quello di dover fare i conti con una tranquilla rassegnazione passiva o dover faticosamente ricominciare a pensare con la propria testa.

Recensione e foto di Claudia Giacinti

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