Jan 262011
 

Musicaromanzo

Roma, Teatro Vascello, 18-30 gennaio 2011

★★★½☆

In pochi metri quadri, tra un tavolo ed una sedia, si dipana la trama inesistente di un racconto autobiografico, il racconto di una vita, tra prosa, poesia e disperazione, di Nada Malanima, al secolo Nada. Tratto dal suo secondo libro ‘Il mio cuore umano’ (Fazi Editore, 2008), l’artista mette in scena questo spettacolo ‘Musicaromanzo’, un diario dell’intimo pensare, dell’intimo sentire, di un intenso -a tratti delirante- modo di soffrire. Alla regia Alessandro Fabrizi, alle luci Andrea Violato.
A quasi due anni dal suo live nella capitale, in tour con Massimo Zamboni, la ritroviamo ora in un teatro: qui autrice, Nada interpreta sè stessa. Si fa buio, si fa silenzio in sala. Tutto quel che lo spettatore deve fare è lasciarsi prendere per mano e stare al gioco, il gioco ipnotizzante di una voce affranta e stanca, che tradisce insicurezza, infelicità, ma che ha voglia di starsi a raccontare percorrendo a tappe le sorti di una biografia sbilenca. Una storia senza storie, tenuta insieme soltanto da emozioni, ricordi, percezioni. Frammenti di vita sbiaditi che non bastano a ricostruire memorie, ma lasciano addosso un senso di malessere costante, quasi di disagio. Ci si lascia condurre, dal principio di questo spettacolo, in un girotondo vertiginoso di pensieri; e così si procede con ordine, nella confusione più totale. Tanto più leggera e scarna è la scenografia, quanto più è il peso che si vuol dare alle parole. Parole pesanti, appunto, come macigni che portano giù, sul fondo del fiume. Faticoso venirne fuori, sottrarsi alla caduta libera e al tonfo sordo, poi, dell’acqua. A tratti sembra quasi d’annegare, tra le onde di parole

cupe, i flussi prepotenti di pensieri, manca l’aria. Ed il tono persistente di una cantilena, come opprimente, sembra poter portare alla follia. E forse è proprio questo l’intento: inondare di parole, soffocare. Martellanti cantilene, all’apice di esasperate riflessioni, arrivano quasi a creare fastidio: sulla sedia d’improvviso si sta scomodi. Il tono monocorde e sfinente della voce scava piano una ferita, come piaga incurabile. Così Nada ci racconta di sè, del suo essere fragile, del suo mondo visionario e inquieto, e lo fa quasi fosse una bimba disillusa e rassegnata, con le sue ossessioni, le sue paure, i tormenti. Nella sua musica si trova un appiglio, che dà respiro allo spettacolo tutto, rinnovando e riproponendo concetti espressi poco prima in prosa. Inizia con ‘Senza un perchè’ (Lei non parla mai, lei non dice mai niente, ha bisogno d’affetto e pensa che il mondo non sia solo questo) la controparte cantata, che qua e là dà colore al monologo. Seguono poi ‘Pioggia d’Estate’, ‘Bolero’, l’inedito brano ‘Piantagioni di Ossa’, ‘Tutto a Posto’. L’esecuzione di ‘Luna in Piena’ è forse uno dei momenti più drammatici, in piedi su di un tavolo, a rimproverarsi un’esistenza vana (Non so ballare niente/ Mi dondolo in disparte/ La vita è una mossa/ Dimentico me stessa). E quella della luna è un’immagine ricorrente, piena, in piena, incatenata, immobile. Dolorosa anche è ‘Guardami Negli Occhi’, ultimo brano eseguito, prima dell’inedito ‘Raccogliti’. E con un retrogusto un poco amaro si chiude la scena e si allontana dal palco quest’artista grandiosa, nella sua profondità e complessità, con le sue lacrime trattenute tra i sorrisi. Non c’è un lieto fine per questa storia-non-storia, solo dilagante desolazione, fitte di infelicità che, a quanto pare, possono essere contagiose.

Recensione e foto di Rosa Paolicelli

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  One Response to “Nada: il suo cuore troppo umano”

  1. [...] la testa’, in cui ne vengono tessute le lodi da artisti del calibro di David Riondino, Nada e Stefano Bollani, che alcuni ricorderanno anche nel film ‘La prima cosa bella’, sempre [...]

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