Mar 022017
 

Un’artista in continuo movimento, a cavallo tra atmosfere classiche e sperimentazione. Con grande eleganza e soprattutto con quel tocco di ironica leggerezza che è fondamentale per mantenere in vita il soffio creativo, Alessandra Celletti nelle sue esibizioni interpreta il repertorio dei pianisti del ’900 assieme alle proprie composizioni. Tra un concerto e l’altro, Alessandra ha accettato con entusiasmo di raccontare le sue avventure musicali ai lettori di Slowcult.

Alessandra Celletti

Alessandra Celletti

Ciao Alessandra, grazie mille per la tua disponibilità a condividere le tue esperienze. Partiamo dall’inizio: come è avvenuto il tuo primo incontro con il pianoforte? Hai iniziato subito a comporre musica?

Ero una bambina di sei anni quando ho iniziato a suonare il pianoforte. Ho imparato a leggere prima le note sul pentagramma che le lettere dell’alfabeto e così posso dire che la musica è il mio linguaggio più naturale. Mio padre mi accompagnava a lezione di pianoforte la domenica mattina e Angela, la mia maestra, mi piaceva molto. Riusciva ad appassionarmi e spesso suonavamo a quattro mani: ovviamente faceva quasi tutto lei ma io mi sentivo felice suonando le poche note che spettavano a me. Già in quei primi anni avevo a volte qualche piccola intuizione compositiva, poi però gli anni di conservatorio e gli studi accademici hanno in qualche modo “bloccato” la mia voglia di comporre. Però una volta terminati gli studi e dopo diversi concerti come interprete è riaffiorato il desiderio di raccontarmi attraverso i suoni e di inventare melodie da condividere con gli altri.

Hai realizzato più di un progetto ispirato al compositore francese Erik Satie. Qual è l’aspetto della sua musica che ti affascina e che ti spinge a lavorare sulle sue opere?

Ho sempre amato Erik Satie per la profondità e la leggerezza che si fondono nelle sue musiche. Adoro la sua semplicità, l’ immediatezza, l’essenzialità. E il suo essere un provocatore, ma sempre con una delicata e surreale ironia.

Trovo molto interessante la tua collaborazione con Onze, un artista molto particolare. Come è nata questa idea?

L’anno appena trascorso, il 2016, è stato il centocinquantesimo anniversario della nascita di Satie. Per festeggiare il mio autore del cuore ho pensato di dedicargli un lavoro un po’ speciale componendo delle musiche ispirate al suo mondo poetico e coinvolgendo un artista visuale per creare uno spazio onirico e visionario dove ambientare e far risuonare la musica. Così ho coinvolto Onze, un artista molto interessante che nasce come pittore e illustratore ma che per questa occasione ha deciso di sperimentare il mondo dell’animazione. Abbiamo portato questo spettacolo in scena per il Romaeuropa Festival realizzando due date sold out e abbiamo prodotto un cofanetto con un cd e un dvd intitolati Working on Satie.

Tu utilizzi spesso il crowdfunding per produrre i tuoi lavori. Quali sono gli aspetti positivi e negativi di questo percorso per un artista nel 2017?

Ho utilizzato due volte il crowdfunding rivolgendomi a Musicraiser, un sito creato appositamente per i musicisti. Entrambe le volte è stata un’esperienza entusiasmante che mi ha permesso di entrare in contatto diretto con persone che ascoltano la mia musica in tante parti del mondo, dalla Russia all’America al Giappone… e che hanno deciso di sostenermi. Il bello di produrre qualcosa in questo modo è che senti davvero la stima e l’affetto delle persone e penso che per un artista non ci sia niente che possa dare più felicità. Aspetti negativi sinceramente non ne vedo. Devo dire però che per far funzionare un crowdfunding non basta mettere online la descrizione del progetto, ma occorrono un grande impegno e fantasia nel comunicare per riuscire a coinvolgere tutti.

Nel luglio 2013 hai intrapreso un viaggio molto particolare, caricando il tuo pianoforte su un camion: che fantastica avventura! Quali sono i ricordi più belli di questa esperienza?

E’ stata un’avventura davvero speciale. Mille momenti indimenticabili che per fortuna, grazie al regista Marco Carlucci, sono stati raccontati nel film documentario “Piano piano on the road”. Un pianoforte a coda a bordo di un camion e uno straordinario viaggio musicale per tutta l’Italia, dal Friuli Venezia Giulia fino alla Calabria e alla Sicilia. Grazie a questa idea e alla collaborazione di tantissime persone che l’hanno resa possibile ho suonato in luoghi inconsueti e incantevoli come il bosco di Topolò (al confine con la Slovenia), la montagna di Piano Battaglia (sopra Palermo), San Pier Niceto (dove ho suonato all’alba), l’Isola d’Elba, Trieste, Matera (che ho sostenuto nella candidatura come “Capitale della Cultura 2019”)… Davvero mille ricordi indelebili ma soprattutto il calore delle persone e gli sguardi stupiti e felici quando aprivamo i pianali del camion trasformandolo in un vero e proprio palcoscenico. E poi la presenza degli animali: a Piano Battaglia tra gli ascoltatori c’erano diverse mucche che accompagnavano il mio pianoforte con il suono dei loro campanelli, e un cagnolino randagio che ha seguito tutto il concerto accoccolato sotto al pianoforte. Nel bosco di Topolò il canto degli uccellini faceva un coro molto delicato e a Ronciglione, nella splendida Villa Lina un pavone ha cominciato ad urlare durante un brano più appassionato.

In questi ultimi anni c’è un ritorno di fiamma per il pianoforte nel panorama pop-mainstream: penso a Ludovico Einaudi, Giovanni Allevi… Pensi che questo sia un buon segno e che possa aprire le porte ad altri giovani pianisti italiani?

Se devo dire la verità: è difficile capirci qualcosa. Il panorama musicale attuale, soprattutto italiano, mi sembra molto confuso. Comunque il pianoforte è lo strumento più bello del mondo e ci saranno sempre giovani pianisti che si esprimeranno grazie agli 88 tasti bianchi e neri.

Anche nel mondo della musica classica emergono a volte pianisti ‘fuori dalle righe’ per il loro modo quasi rock di stare sul palco: pensiamo per esempio a un personaggio come Lang Lang. Cosa pensi di questo fenomeno? Può servire ad avvicinare le persone alla musica classica?

Penso che sia sempre stato così. Non è un fenomeno contemporaneo. Da quando è nato il pianoforte ci sono stati pianisti e compositori che si sono posti all’attenzione del pubblico per la loro capacità “istrionica”. Ad esempio Franz Liszt, nel 1800, era davvero una rockstar del suo tempo e aveva una vera e propria schiera di fans che letteralmente impazzivano alle sue esibizioni. Pare che la stampa dell’epoca lo prendesse anche in giro per le sue espressioni facciali e la sua gestualità esasperata. Detto ciò, io non credo molto nella “forma” separata dalla “sostanza”, quindi penso che tutto sia concesso, purchè sia autentico.

In passato ti sei esibita per sostenere il Teatro Valle occupato, una realtà che oggi non esiste più: in questi giorni a Roma è stato sgomberato un altro spazio importante per la cultura indipendente, il Rialto. E anche il Teatro dell’Orologio è stato fatto chiudere per via di ‘questioni di sicurezza’. Qual è secondo te il futuro della musica e della cultura a Roma e nel nostro paese?

Spero che ci sia al più presto un’inversione di rotta, penso che sia davvero necessario e spero che musicisti e artisti si uniscano per restituire a Roma e all’Italia un’identità artistica e culturale autentica e forte. Io sono fiduciosa.

Quali sono i consigli che daresti a un/a giovane pianista appena diplomato al Conservatorio?

Di studiare tanto, ma non a discapito della vita. La tecnica è importante ma sono le esperienze vissute che danno un senso alla musica.

Alessandra Celletti a Torre Guaceto

Alessandra Celletti a Torre Guaceto

Ultima domanda: usi molto il computer per le tue composizioni e performance dal vivo? Qual è il tuo rapporto con le nuove tecnologie e con i social?

A dire il vero nei miei concerti e performances dal vivo non porto mai il computer perché non mi fido al 100% e perché comunque preferisco utilizzare strumenti con cui interagire maggiormente come sintetizzatori, multi effetti, o anche strumenti “giocattolo” che mi aiutano a creare il mondo fiabesco che amo tanto e dove mi piace trasportare i miei ascoltatori.
Con i social ho un ottimo rapporto: è grazie alla rete che ho potuto realizzare tante cose ed entrare in contatto con persone fondamentali per la mia attività artistica, come Hans Joachim Roedelius, Mark Tranmer, Lawrence Ball, e poi in Italia Gianni Maroccolo e tanti altri musicisti con cui ho collaborato. E soprattutto Myspace (ormai un lontano ricordo!) è stato fondamentale nel farmi incontrare Michael Sheppard dell’etichetta nord-americana Transparency che ha prodotto molti dei miei ultimi lavori discografici. A lui va davvero tutta la mia gratitudine. E’ stato un produttore unico e la sua scomparsa, lo scorso marzo, ha lasciato un enorme vuoto nel panorama musicale internazionale.

Alessandra Celletti

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Intervista di Ludovica Valori

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