Nov 282016
 

Roma, Orion, 15 novembre 2016

★★★★½

kj04Affascinante, bizzarro e con una vena anacronistica lo spettacolo messo in scena il 15 novembre all’Orion da Jaz Coleman e compagni. Affascinante perché i Killing Joke rappresentano da sempre un faro nella tempesta dei suoni industrial, post punk, metal e new wave che dagli anni 80 ad oggi ha influenzato non poco il percorso di gruppi altrettanto famosi: basti pensare ai Deftones e ai Korn, passando per i Ministry e chiudendo con i Nine Inch Nails, tutti per loro stessa ammissione “devoti” al martellante e apocalittico sentiero tracciato da Coleman e soci. Bizzarro perché la presenza scenica del teatrale frontman è già di per se uno spettacolo nello spettacolo! Il carismatico Jaz, personaggio controverso sia sul palco che fuori, alterna deliranti danze dalle movenze epilettiche a sguardi fissi e posseduti in cui il bulbo oculare sembra dover schizzare fuori dalle orbite. A fare da cornice a Coleman i suoi sodali, ovvero Martin “youth” Glover al basso e Geordie Walker alla chitarra, affiancati dall’ottimo Paul Ferguson alla batteria. Infine anacronistico poiché l’età del pubblico presente li colloca in quella fascia temporale dalla quale non sono mai riusciti pienamente a sdoganarsi, nonostante il percorso artistico non si sia mai adagiato sugli allori e abbiano continuato a produrre lavori eccellenti (vedi il recentissimo Pylon) ma mai all’altezza dell’album d’esordio, indiscussa pietra miliare e precursore dei tempi a venire. kj03Anche se il dubbio lecito che a tenere lontani i giovani abbiano contribuito sia il prezzo del biglietto, non proprio popolare, sia la data infrasettimanale in una location innegabilmente fuori mano. Ad aprire la serata i romani Deflore di matrice industrial/psychedelic, seguiti dai Death Valley High, quartetto di San Francisco che fonde hard rock ad un death dalle sonorità pop. Ma il pubblico arriva alla spicciolata e preferisce aspettare nel cortile esterno, tra una birra e una chiacchiera, gli headliner della serata che si presentano sul palco con solo una ventina di minuti di ritardo rispetto all’orario preannunciato e che andranno in scena con una setlist di 15/20 pezzi volti a ripercorrere la loro parabola artistica, susseguendosi senza ordine cronologico. L’apertura è ovviamente affidata ad un trittico che ci catapulta immediatamente negli anni ottanta con l’esecuzione in sequenza di “The Hum”, “Love Like Blood” ed “Eighties” Il primo tratto da “Revelations” del 1982 ed in cui la formazione presente sul palco dell’Orion è la medesima che in studio diede alla luce questo terzo lavoro, mentre i secondi due brani sono entrambi estratti da “Night time” del 1985, dove al basso figurava il compianto Paul Raven. La macchina del tempo con una brusca virata ci riporta nel presente con l’esecuzione di due brani contenuti nell’ultimo lavoro del gruppo, “Pylon” del 2015, che seppur non rinnegando le origini abbraccia sonorità più vicine al metal (un percorso già intrapreso nei precedenti due album “Absolute dissent” e “MMXII”). L’ordine cronologico viene sovvertito di nuovo con l’esecuzione di “Exorcism” che introduce ben due pezzi tratti da quello che a mio avviso rimane l’album capolavoro del gruppo e cioè “Requiem” e “Change” cantate e ballate con grande partecipazione dei presenti in sala che avallano la mia convinzione. kj02Coleman affascina e magnetizza il pubblico con le sue movenze da posseduto, mentre la chitarra di Walker e il basso di Glover alternano accordi in una sequenza meccanica e ripetitiva a metà tra rito tribale e apocalisse post-industriale, il tutto enfatizzato dalla grande performance di Ferguson che picchia senza sosta per tutta la durata dell’esibizione. C’è spazio ancora per fondere il vecchio e il nuovo, con brani tratti dagli ultimi 3 album inframezzati da un passato che vede anche l’esecuzione di “Turn to red” il brano di debutto datato ‘79. Insomma un concerto potente e sicuramente appagante per chi, come me, non aveva avuto ancora il piacere di assistere ad una loro esibizione live. Unico appunto: la mancata esecuzione di “Wardance”, preannunciata in scaletta ma sacrificata nel finale. Finale affidato invece a “Pandemonium” con il quale i Killing Joke decidono di salutarci dopo un paio d’ore di esibizione, visibilmente soddisfatti nonostante l’esiguo numero di partecipanti rispetto alla precedente discesa del gruppo di Notting Hill dalle nostre parti. La sensazione che mi porto a casa è che il gioco non uccide più, i protagonisti della nascita di un movimento hanno lasciato il posto sul palco a degli ottimi mestieranti che fanno il loro dovere in maniera impeccabile. Ci avviamo all’uscita senza alcun rimpianto, consapevoli comunque di essere stati al cospetto di chi, nella storia della musica, ha inevitabilmente lasciato il segno. Chapeau!

Live Report di Claudia Giacinti

Setlist:

kj-setlist

 

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