Nov 182011
 

Auditorium Parco della Musica 27 ottobre/4 novembre 2011

Con la vittoria del film argentino/spagnolo Un Cuento Chino, originale commedia surreale, si è conclusa la sesta rassegna cinematografica romana, oggetto di molte polemiche politiche e istituzionali.
Al di là della presenza, gradita, di divi come Richard Gere e di registi come Michael Mann e Wim Wenders, che ha presentato “Pina 3 D”, splendido omaggio all’amica Pina Bausch, morta nel 2009, prima dell’inizio delle riprese, ed alle consuete passerelle sul red carpet di improbabili dive e divette, bisogna dire che la rassegna, giunta alla sua sesta edizione, ha segnato un po’ il passo, dimostrando la sua maggiore vitalità negli eventi speciali, mentre la qualità dei films proiettati in concorso non è apparsa eccelsa. Crescente, invece, il successo di pubblico.
Avvalendosi comunque, della splendida location dell’Auditorium, la Mostra è apparsa molto valevole per le rassegne parallele, come quella denominata “Focus”, che, oltre ad una bella Mostra fotografica Raise the Dead, inerente l’opera di Douglas Gordon, ha presentato, nell’ambito della rassegna Punk & Patriots, diverse opere appartenenti al cinema britannico attuale, che gode, senza ombra di dubbio, ancora di forza ribelle e comunque di ben altra salute rispetto a quello italiano, oramai da anni, salvo rare eccezioni, confinato ad insipide storie intimiste.
Nell’enorme garage, poi, è stata allestita una splendida Mostra su Pier Paolo Pasolini, con numerosi schermi ove venivano proiettati spezzoni dei suoi films e sue interviste, ed una gigantesca macchina da scrivere, riproduzione fedele di quella dello scrittore, contornate da una miriade di fogli sparsi contenenti riproduzioni dei suoi scritti, con innegabile effetto di suggestione visiva.
Abbiamo potuto prendere visione di diverse pellicole, cercandole prevalentemente nelle rassegne più insolite, e privilegiando comunque gli eventi speciali, senza tralasciare quelle considerate più significative, nell’ambito del concorso.

The Lady, regia di Luc Besson, con Michelle Yeoh, David Thewlis
Produzione Francia/Gran Bretagna, 2011, 127 minuti.

★★★☆☆
Luc Besson, regista francese abbastanza anomalo da essere diventato un vero caposcuola, ha sempre spaziato tra i generi, privilegiando la fantascienza ed i film d’azione.
Certamente attento alla centralità della figura femminile, come in Nikita e in Jean d’Arc, non si è fatta sfuggire l’occasione di raccontare la storia di Aung San Suu Kyi, la donna birmana, sorta di moderno Gandhi, che da decenni rappresenta il simbolo della resistenza non violenta birmana alla dittatura militare.
Più volte in prigione, ha passato la maggior parte della sua vita agli arresti domiciliari, ed è stata salvata da una capillare campagna di stampa internazionale, sino ad ottenere il premio Nobel per la Pace.
Con toni vibranti, a tratti melodrammatici, Besson racconta la sua vicenda di vita, dall’assassinio del padre, leader democratico, sino alla sua vita in Inghilterra, con studi a Oxford, ove conoscerà il marito Michel Aris, studioso di discipline orientali, rimastole fedele fino alla fine.
Dopo essere tornata in Birmania per la morte della madre, si vedrà costretta a non uscire più dal Paese, in quanto avendo assunto la guida del movimento di opposizione al regime militare, diverrà consapevole che non le sarebbe stato permesso alcun ritorno.
Il film, convenzionale nella narrazione, si anima nelle scene di massa, ed è efficace nel descrivere l’ansia di libertà di un popolo, ma Besson, più che alle vicende storico politiche, sembra interessato alla descrizione di una donna eccezionale per temperamento, che diventa, a costo del sacrificio supremo degli affetti familiari, al punto di non poter vedere il marito morente, l’eroina del proprio popolo, simbolo di riscatto umano, sociale e civile.

The Deep Blue Sea, regia di Terence Davies, con Rachel Weisz, Tom Hiddleston, Simon Russell Beale
Produzione: Gran Bretagna, 2011, 98 minuti.

★★★★☆

Terence Davies, il visionario regista britannico, autore degli splendidi “Voci Lontane, Sempre Presenti” ed “Il Lungo Giorno Finisce”, ove disegnava con nostalgia e mirabile tensione poetica paesaggi dell’Inghilterra anni cinquanta,
ci regala il più bel film visto quest’anno alla Mostra con The Deep Blue Sea, una storia d’amore appassionata e vibrante, ma per niente banale, tratta da un racconto dello scrittore londinese Terence Rattigan.
Il film inizia con il tentato suicidio della protagonista Esther,(Raquel Weisz), divisa tra il marito e l’amante, nella Londra degli anni cinquanta, che condanna senza attenuanti l’adulterio.
Davies riesce a raccontare l’amore come solo Truffaut sapeva fare, con poche battute incisive, sguardi, silenzi, rappresentando il dramma di una donna che ama troppo, e si lascia travolgere dalla passione, ricambiata da un contenuto entusiasmo. Sullo sfondo il marito tradito, alto magistrato, che fa pesare le convenzioni perbeniste britanniche, ma è devastato dal dolore per la perdita della moglie. Il film è limpido, pittorico nella descrizione di un angolo di Londra, estremamente sapiente nel descrivere con poche parole lo stato d’animo dei personaggi.
Veniamo a sapere da una semplice battuta che il marito e l’amante sono amici, ed il loro casuale incontro per miracolo non sfocia in una rissa. Ogni immagine del film è altamente descrittiva, carica di oggetti e di anelito alla vita, quanto in sé oscura e inquietante. Il pathos apparentemente contenuto, esplode nell’immagine finale, di intenso lirismo, che mostra la donna rassegnata a perdere il suo amante, che parte per un lungo viaggio senza ritorno, e dove è chiaro che lei rinuncia e lo lascia andare per amore.

Poongsan, regia di Juhn Jaihong, con Yoon Kye-Sang, Kim Gyu-ri.
Produzione: Corea del Sud, 2011, 127 minuti.

★★½☆☆

L’idea di partenza è originale e suggestiva: le due Coree sono stati confinanti, ma impenetrabili l’una per l’altra, due mondi diversi ed incompatibili.
Poongsan, un giovane di animo generoso, attraversa spesso il confine rischiando le pallottole per portare notizie ai parenti divisi dalla frontiera. Un giorno, però, il servizio segreto del Sud gli conferisce l’incarico di trasportare dal Nord al Sud l’amante di un importante funzionario di partito fuggito al Sud; nel difficile viaggio, nel quale per poco non vengono catturati, i due imparano ad apprezzarsi, ed infine si innamorano, causando l’ira del perfido funzionario integratosi nella nuova Società. Di qui una serie di peripezie, torture, fughe e drammatici eventi che conferiscono al film due ore ed oltre di costante tensione.
Bisogna però riconoscere che, dal produttore Kim Ki Duk, icona del cinema sudcoreano, che abbiamo imparato ad amare, ci saremmo aspettati un film più pensoso, e non solamente costellato di innumerevoli ed efficaci colpi di scena. Il film è dotato di una eccellente fotografia e di un buon tono melodrammatico nei momenti salienti, ma il regista vuole strafare.

Una Vie Milleure, regia di Cedric Khan, con Guillaume Canet, Leila Bekhti, Slimane Khettabi.
Produzione: Francia, 2011, 112 minuti.

★★★☆☆

Questo solido film francese di Cedric Khan, già autore di una dignitosa trasposizione sullo schermo de La Noia di Alberto Moravia ha determinato la vittoria del premio per il miglior attore per Guillaume Canet.
Sullo sfondo la pesante crisi economica che devasta in questi anni l’Europa, l’opera racconta la storia del cuoco Yann(Canet) e Nadia (Leila Bekhti), ragazza libanese, che cercando, con passione e dedizione, di coronare il loro sogno di aprire un ristorante in riva ad un lago.finiscono nelle mani delle banche e dei cosiddetti crediti al consumo, indebitandosi oltremodo. Il sogno non è realizzabile, e ciò determina una forte crisi nel loro rapporto; Nadia parte allora per il Canada ove ha una buona opportunità di lavoro, affidando il figlioletto Slimane (Slimane Khettabi) a Yann. La mancanza di denaro costringe l’uomo ad affittare un tugurio nella banlieu parigina, in pieno degrado sociale, e Slimane rischia di slittare continuamente nell’illegalità. Yann, anche a costo di forti litigi riesce ad impedire che il ragazzino si perda. Sostanzialmente, come ha dichiarato il Regista, è lui il vero cemento del rapporto, ed è tramite lui che Yann deciderà di partire per il Canada a cercare la madre, nella confusa speranza di una riconciliazione, che puntualmente avverrà, per conquistare una vita migliore.
Il film è nella tradizione del cinema realista francese, è rigoroso nel descrivere le condizioni di emarginazione socio economica cui va incontro una famiglia che tenti una improbabile via imprenditoriale, tratteggiando con efficacia e poche battute funzionari di banca che appaiono squali impietosi al pari di spietati strozzini e speculatori privati.
Esso vuole, con espressioni umaniste, alla fin dei conti dimostrare che solamente gli affetti, la dedizione amorosa e l’investimento nel futuro potranno salvare la società.

From the Sky Down, regia di David Guggenheim
Produzione: USA, 2011, 90 minuti.

★★★☆☆

Nella Sezione Extra è stato presentato questo interessante documentario che rievoca la creazione, venti anni fa, dell’album Achtung Baby, che gli U2 decisero di incidere a Berlino, dopo la caduta del muro. La nascita di questo capolavoro, gli sforzi e le difficoltà creative vengono ben descritte nel film, che dimostra come l’armonia e il buon rapporto tra i membri di un gruppo musicale siano decisivi per la piena riuscita di un progetto musicale.
Viene così descritta l’atmosfera artistica di una metropoli che di lì a pochi anni sarebbe diventata una delle più fervide città del mondo per la cultura e lo spettacolo. Ciò attraverso un percorso spirituale che Bono compie insieme agli altri componenti dell’ensemble, che porta alla nascita della splendida One e dello storico album.

Project Nim, regia ri James Marsch Produzione: Gran Bretagna, 2011, 99 minuti.

★★★☆☆

Questo documentario d’Autore, filmato da James Marsch e presentato nella sezione Extra/L’altro Cinema, appassiona più di un thriller: esso è stato girato con materiali d’archivio, testimonianze, montaggio incalzante ed un avvincente commento musicale. Reduce da un grande successo al Sundance Film festival, il Regista porta sullo schermo la storia di un originalissimo esperimento scientifico, attuato da scienziati della Columbia University negli anni settanta.
Uno scimpanzè neonato, di nome Nim, fu sottratto alla madre naturale ed allevato da una famiglia umana, genitori e sette fratelli, al fine di dimostrare che, se accudito come un bambino, avrebbe potuto comunicare verbalmente, o comunque utilizzando il linguaggio dei segni. Il film è la narrazione appassionata di questo esperimento, del suo iniziale parziale successo, delle prime difficoltà quando la natura di Nim comincia ad avere il sopravvento, fino alle ripetute aggressioni violente che mettono in pericolo la vita delle persone, decretandone il fallimento. Lo scimpanzè venne crudelmente rimesso in cattività, spogliato degli abiti che aveva imparato ad indossare, e perse del tutto i contatti con la famiglia che l’aveva allevato.
L’incipit è simile a quello romanzato de L’Alba del Pianeta delle Scimmie, dove pure si narra, in forma di racconto fantascientifico hollywoodiano la storia di uno scimpanzè allevato da una famiglia, ma il verismo e la capacità di invenzione poetica del Regista rendono il documentario più affascinante del pur dignitoso film di fiction. L’Autore convintamene racconta la storia come un drammatico reality e esprime la ferma convinzione che anche gli animali abbiano, come gli esseri umani, una individualità unica.

Week End, regia di Andrew Haigh, con Tom Cullen, Chris New, Johnathan Race, Laura Freeman
Produzione: Gran Bretagna, 2011, 96 minuti.

★★★☆☆

Una storia di amore omosessuale descritta con verismo e delicatezza. Venerdi notte, in un locale gay, Russell (Tom Cullen) incontra Glen (Chris New); i due passano la notte insieme, tra sesso e droga, ma tra loro inizia un dialogo intenso che dura l’intero week end. Nasce, quasi a dispetto dei due, un sentimento profondo; Glen deve partire per gli stati Uniti, ha nuove opportunità di vita, entra in crisi, è combattuto, ma alla fine andrà. E in un poetico finale Russell contemplerà commosso un inaspettato regalo dell’amico. Quasi un istant movie, il film è crudo ed esplicito nelle scene d’amore, ed indaga con efficacia e sensibilità lo spaesamento e la solitudine dell’esistenza umana e, in particolare, di una giovane generazione che cerca confusamente il suo posto nel mondo. Pur nella descrizione di una storia intimista, il Regista ha l’ambizione di rappresentare una dimensione universale, confermando la profondità e l’acutezza del cinema britannico.

Pina 3D, regia di Wim Wenders, con Wuppertal Tanztheater.
Produzione: Francia/Germania, 2011, 103 minuti.

★★★★☆

Nella lunga presentazione dell’ultima sua opera, dedicata a Pina Bausch, icona straordinaria della Danza Moderna, coreografa, esploratrice di nuove frontiere artistiche, Wim Wenders ha raccontato che l’idea di fare un film insieme era diventato una specie di gioco tra amici.
Il Regista rinviava sempre, fin quando, scoperta la magia del 3D, si ritenne pronto. Egli comprese che solamente incorporando la dimensione dello spazio poteva tentare di rendere cinema il Teatro Danza di Pina Bausch.
Cominciò così un lungo lavorio dei due: Wenders studiava il 3D di ultima generazione, la Bausch sceglieva le coreografie da inserire. Ma poco prima dell’inizio delle riprese la Bausch morì; Wenders si fermò, convinto che non fosse più realizzabile il progetto. Ma l’insistenza dei danzatori e della famiglia di lei lo indussero ad andare avanti.
E il risultato è veramente notevole. Il Tanztheater della Bausch, che intreccia continuamente Danza e Teatro, rivive magicamente sullo schermo tridimensionale. L’effetto scenico è di enorme suggestione; la gestualità dell’Artista, estremamente fisica, fortemente legata alla poetica della vita quotidiana, attraverso la ripetizione ossessiva viene resa quasi astratta. La Sagra della Primavera descrive mirabilmente, nella danza delle fanciulle, la paura mista all’attrazione verso il destino di morte, nell’attesa che una di loro divenga l’Eletta al Sacrificio.
Ed il film apre uno sguardo emozionante sul mondo di questa Sciamana del desiderio, che racconta, nel film come giunse, danzando con gli occhi chiusi, a creare Cafè Muller, sua icona degli anni settanta, che le dette notorietà mondiale. Il Tanztheater di Wuppertal è geniale e creativo nel presentare la Danza attraverso spazi, luoghi, emozioni, che rendono omaggio alla grande spiritualità di Pina, che attraverso di essa celebrava la Vita, e nello spazio-tempo esplorava percorsi interiori.

Insidious, regia di James Wan, con Patrick Wilson, Rose Byrne, Ty Simpkins, Barbara Hershey, Lin Shaye.
Produzione: Stati Uniti, 103 minuti.

★★★☆☆

Perfetta per la notte di Halloween, nella quale è stata presentata, questa “Ghost-Story” provoca realmente qualche brivido nella schiena, ed ha soprattutto il grande merito di basarsi sulla suspence, senza eccedere in effetti sanguinolenti. Il regista James Wan, malese, ha voluto sottolineare questa impostazione, dichiarandosi appassionato di storie di fantasmi e case stregate. Sostiene di essersi addirittura ispirato ad esperienze accadute ad amici e familiari, dimostrando ancora una volta che i registi orientali di Horror Stories, ed in particolare i giapponesi, credono realmente nel Soprannaturale.
Renai (Rose Byrne) e Josh (Patrick Wilson) si trasferiscono in una vecchia villa ai margini della città. A seguito di una caduta accidentale Dalton (Ty Sympkins) il figlio più grande, entra in coma, e la famiglia cade nell’incubo, dal momento che i medici sostengono che egli non ha affatto riportato conseguenze gravi.
In concomitanza con la malattia del bambino, iniziano nella casa scricchiolii e rumori inspiegabili, porte che si chiudono, sino alla presenza di un’entità terrificante che solamente Renai riesce a vedere.
La famiglia decide di traslocare, ma i fenomeni si ripetono, e si accentuano. In loro aiuto arriva Lorraine, madre di Josh (Barbara Hersey), che rivolgendosi alla anziana medium Elise (Lin Shaye) farà luce sui terribili avvenimenti, scoprendo una inquietante realtà.
Anche se ideato e costruito nell’alveo delle classiche storie di fantasmi, il film impressiona, pur non rinnovando il fascino di vecchie pellicole come “Suspence” di Jack Clayton, capolavoro degli anni sessanta, cui certamente si ispira. Meno efficace è quando intraprende la strada già percorsa negli anni ottanta da films come Poltergeist.

Baby Call, regia di Pàl Sletaune, con Noomi Rapace, Vetle Qvenild Werring.
Produzione: Norvegia, Svezia, Germania, 96 minuti.

★★★☆☆

L’altra faccia della civilissima Norvegia viene messa in luce in questo thriller soprannaturale di Pàl Sletaune, già noto per la pluripreniata opera prima Junk Mail (Posta Celere), che ha avuto riconoscimenti a Cannes ed a Tokyo.
Le statistiche norvegesi, infatti, ci rivelano che le donne, a fronte di una tutela efficacissima della maternità sul lavoro, sono tra le maggiori vittime di violenze tra le mura domestiche. Ed è appunto da un marito violento che fugge Anna (Noomi Rapace, la notevole interprete della trasposizione filmica di Millennium di Stieg Larsson), rifugiandosi in un anonimo condominio di Oslo col figlioletto Anders (Vetle Qvenild Werring). Anna teme che il marito sia sulle loro tracce, e sviluppa una ossessiva protezione nei confronti di Anders, al punto di acquistare un “Babycall”, specie di walkie talkie, che le permette di sentire il figlio anche mentre dorme.
Tramite l’apparecchio, però, Ella sente le urla di un bambino provenienti da qualche parte del condominio, e si convince che esso sia stato ucciso, e, pur terrorizzata, inizia ad indagare. Nel frattempo Anders comincia a raccontarle di aver iniziato a frequentare una misteriosa amichetta…
Il film è molto ben realizzato, e via via assume un taglio fortemente visionario ed allucinatorio; Noomi Rapace, nella parte di una moderna eroina disposta a qualunque battaglia per difendere il figlio, è molto espressiva ed ha certamente meritato il premio di miglior attrice.

Trishna, regia di Michael Winterbottom, con Freida Pinto, Riz Ahmed, Harish Kanna
Produzione: Gran Bretagna, 2011, 117 minuti.

★★★☆☆

Freida Pinto è un nuovo volto, che è divenuto famoso per merito di Danny Boyle, che l’ha lanciata con The Millionaire; Michael Winterbottom la utilizza e ne amplia le capacità espressive in questo melò, ennesima trasposizione del romanzo di Thomas Hardy, “Tess of the D’Ubervilles”, genialmente ambientata nell’India moderna dalle mille contraddizioni.
Trishna (Freida Pinto) è una ragazza indiana di umili origini, che vive con i familiari nel Rajasthan: un giorno incontra Jay (Riz Amehd), figlio di un imprenditore alberghiero britannico, e la sua vita cambia improvvisamente. I due si innamorano, vanno a vivere in un appartamento a Bombay, cominciano a frequentare amicizie del mondo dello spettacolo, dal quale la donna è fortemente attratta, ma, pur sollecitata a farne parte, rifiuta per spirito di sottomissione nei confronti del suo compagno. Attratta comunque dalla modernità della metropoli, la donna non sopporterà il ritorno nel Rajasthan, impostogli da Jay che deve assumere la direzione della catena alberghiera, essendo morto il padre.
Lentamente lo spirito di ribellione si impadronirà di lei, sino ad un tragico finale di rivolta contro la subalternità nei confronti dell’uomo. Il film è interessante, in quanto mette a confronto gli usi ed i costumi dell’India rurale con quelli della moderna ed emancipata metropoli. E’ una tragedia melodrammatica sontuosa, costruita abilmente sul conflitto tra i sessi e tra le classi sociali, e corredata dalle bellissime musiche di Shigeru Umebayashi.
Winterbottom si conferma eccellente narratore, con un occhio quasi documentaristico sulla multiforme realtà
indiana.

148 Stefano. Mostri dell’Inerzia, regia di Maurizio Cartolano
Produzione: Italia, 2011, 65 minuti.

★★½☆☆

Questo vibrante documentario, che ricostruisce la vita di Stefano Cucchi, morto a 31 anni, in circostanze non ancora chiarite, sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di droga, in un reparto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, costituisce un atto di denuncia civile.
Attraverso le testimonianze della sorella e del padre, viene ricostruito, con filmini amatoriali, il mondo di Stefano, le sue feste in famiglia, la sua emarginazione sociale, il suo tentativo non riuscito di ritornare alla normalità. Il film che si avvale di testimonianze di giuristi, operatori dei diritti umani, medici rappresenta una rigorosa indagine sul decesso di un cittadino italiano ed un grido di accusa contro la giustizia negata a lui ed a tutti i cittadini.
Dopo la proiezione del documentario, sul palco, oltre alle testimonianze della sorella e dei familiari, hanno preso la parola avvocati, politici e giornalisti, che hanno sottolineato la gravità dell’accaduto, mettendo a confronto questa vicenda con altri casi analoghi avvenuti recentemente.
Nei giorni di detenzione, infatti, si è stimato che almeno 140 tra funzionari, medici ed altre figure istituzionali siano entrate in contatto con Stefano, senza prendere coscienza della gravità della sua situazione sanitaria.

Wild Bill, regia di Dexter Fletcher, con Charlie Creed-Miles, will Poulter, Sammy Williams, Leo Gregory.
Produzione: Gran Bretagna, 2011, 98 minuti.

★★★★☆

Applausi a scena aperta per questo film dell’esordiente Dexter Fletcher, già attore britannico, che reinventa la migliore tradizione cinematografica del suo paese, coniugando il verismo di Ken Loach, il film d’azione di Guy Ritchie, e l’introspezione psicologica di Mike Leigh.
L’opera racconta il ritorno a casa di Bill Hayward (Charlie Creed-Miles) che dopo otto anni di carcere ottiene la liberta vigilata, nell’East End di Londra, in un quartiere difficile regno di spacciatori e bande violente. Egli ritrova i suoi due figli, Dean (Will Poulter), quindicenne, e Jimmy (Sammy Williams), undicenne, abbandonati dalla madre e determinati a farcela da soli.
Il rapporto si dimostra subito estremamente difficile, i due ragazzi lo rifiutano, e le vecchie bande lo incalzano affinché ritorni alla vita criminale, al punto che Bill pensa di andarsene.
Ma lentamente, anche per la costante opera di sensibilizzazione dei servizi sociali, l’uomo acquista coscienza e, ormai determinato a cambiare, riesce coraggiosamente e faticosamente a tenersi nei limiti della legalità.
Aiuta, pertanto, ad uscire da una spietata banda il figlio più piccolo, già abbindolato ed utilizzato come corriere della droga, ottenendo, lentamente ma progressivamente, una nuova stima da entrambi i ragazzi, e nel contempo, dopo scazzottate rocambolesche, riesce a scacciare, almeno provvisoriamente, la gang che li minacciava tutti.
Il film è la storia di un percorso di redenzione, realizzato con toni fortemente realistici nella descrizione del degrado di un quartiere londinese, ed abbastanza credibile nella descrizione dei personaggi. Bisogna dire che i due giovani attori, che interpretano i due figli, sono eccellenti. Anche se qualche qualche situazione appare un po’ forzata, il film è appassionante, corredato da sonorità Dub e Northern Soul, e non a caso continua a mietere successi nei vari festival internazionali ove viene proposto.

Days of Heaven: Regia: Terrence Malick, con Richard Gere, Brooke Adams, Sam Shepard, Linda Manz, Robert Wilke.
Produzione: Usa, 1978, 95 minuti.

★★★★☆

Uno degli eventi clou del festival è stata la serata in onore di Richard Gere,nell’ambito della quale la star Americana ha presentato il primo film in cui recitò da protagonista, quel “Days of Heaven” che consolidò la fama di Terrene Malick come grande Autore di culto. In una amabile conversazione seguita alla proiezione del film, l’attore ha dimostrato tutta la sua saggezza, affermando senza esitazione che la vita è molto più importante del Cinema, che Hollywood non investe più nelle idee, che la dimensione spirituale da lui acquisita dai Maestri Tibetani lo ha illuminato nel corso del tempo, facendogli scoprire il mondo al di là delle apparenze. Ha ribadito, inoltre, l’importanza del rapporto con la moglie e la sua famiglia, ipnotizzando per più di un’ora la platea. Ci ha raccontato anche la difficoltà del rapporto professionale con il grande Malick, che girava moltissime scene di prova, senza dare indicazione agli attori, da cui voleva venisse fuori interamente la spontaneità.
Il bellissimo film di Malick, che è stato un vero piacere rivedere dopo tanti anni, si svolge nell’America del 1916, ove un operaio, Bill (Gere) ricercato per omicidio, si fa assumere con la propria ragazza, Abby (Brooke Adams) in una fattoria texana. Il proprietario, gravemente malato (un giovane Sam Shepard), che crede che i due siano fratelli, chiede ad Abby di sposarlo. Ella accetta, sobillata da Bill, che ne intravede i vantaggi. Ma la storia volgerà presto in tragedia. Linda Linda Manz), la sorellina di Bill narra l’intera vicenda con toni allucinatori e fortemente favolistici.
Il film di Malick è di stupefacente bellezza, gli spazi sconfinati si coniugano con immagini proprie di una profonda trasfigurazione fantastica, come la epocale invasione di cavallette. I protagonisti, disperatamente chiusi in sé stessi, di poche parole, sono indimenticabili. La fotografia del grande Nestor Almendros fa il resto, conferendo all’opera una cupa fascinazione, ed all’epoca fu premiata con l’Oscar.

Love for Life, regia di Gu Changwei, con Zhang Ziyi, Aaron Kwok.
Produzione: Cina, 2011, 100 minuti.

★★½☆☆

Questo dignitoso film cinese si svolge sullo sfondo del traffico illecito di sangue infetto, ed è la prima opera sull’argomento che il governo cinese ha accettato venisse realizzata.
In un piccolo villaggio cinese si è sviluppato un terribile contagio di AIDS, a seguito della speculazione della famiglia Zhao. Il nonno, disperato, vorrebbe rimediare al male fatto dai suoi parenti, e trasforma la scuola locale in una sorta di ospedale per malati. Il secondo figlio De Yi (Aaron Kwok), contagiato, incontra la bellissima Qin Qin (Zhang ZiYi), moglie del cugino, anch’essa malata. I due decidono rabbiosamente di vivere insieme sfidando tutte le convenzioni e la dichiarata avversione degli abitanti del villaggio, con l’intenzione di attendere insieme la fine, che puntualmente e drammaticamente avverrà. Film melodrammatico, senza speranza, dai colori vividi, non privo di qualche momento di tragica poesia ma imparagonabile ai capolavori di Zhang Yimou cui chiaramente si ispira.

Il Festival, in definitiva, ha avuto grande successo di pubblico, ma l’impressione che ne abbiamo ricevuto è stata quella di una scarsa qualità dei films in concorso. Mancavano anteprime mondiali che potessero conferire alla Rassegna il pathos di una scoperta artistica. Gli stessi film italiani validi, come quello di Montaldo (L’Industriale, di cui si è detto un gran bene), non erano in gara. La Detassis Direttrice del Festival ha voluto sottolineare la differenza con Venezia, attribuendo alla Mostra della Lacuna l’Arte ed il Glamour, e rivendicando per Roma la mescolanza dei linguaggi filmici e la qualità dello spettacolo. Resta però la sensazione di una incompiutezza di fondo alla base del pur valevole festival romano.

Reportage di Dark Rider
Foto di Rita

  One Response to “Festival Internazionale del Film di Roma – Lampi di luce: Percorsi nel Cinema Britannico”

  1. [...] attuale vivacità del cinema britannico, che abbiamo avuto modo di riscontrare recentemente al Festival del Film di Roma. Già noto fin dagli anni novanta negli ambienti della videoarte d’avanguardia di Londra per [...]

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