Apr 232015
 

The Shalalalas: There are 3 las in Shalalalas

Bassa Fedeltà, 2015.

★★★½☆

 

There are 3 las in shalalalasNell’ascoltare questo lavoro degli Shalalalas viene da sorridere. Questo già sarebbe sufficiente a consigliarne il ripetuto ascolto, quel che è certo è che il sorriso non nasce perché nelle tracce si raccontino storielle.

I motivi che inducono a sciogliere le labbra sono diversi, specifici e generali. I primi denti scoperti vengono alla luce pensando a megaproduzioni che durano anni, costano milioni e partoriscono cagatine, esattamente come nel vecchio detto della montagna che sforna il topolino. Qui accade esattamente il contrario, la produzione minima ed essenziale arriva senza intralci nel punto esatto in cui ha deciso di piantare la bandierina: nell’essenza della musica e nella sua istintiva e naturale acusticità. Altri sorrisi nascono dalla felice semplicità dell’approccio alla musica, un atteggiamento che tiene alla larga le sovrastrutture intellettualoidi di numerosissimi sedicenti artisti: qui si trovano canzoni godibili senza l’ausilio di “spiegoni” e senza ricorrere ai medium per intercettarne le intenzioni. Non c’è bisogno di caviale e champagne per mangiare bene e non c’è bisogno di sfinire il nerbo di un brano, di ricorrere a suoni inauditi e stravaganti o di appesantirne il trucco con complicati maquillage per renderlo godibile: quando la sola scrittura e la successiva esecuzione lo fanno funzionare significa che la vena creativa è ricca e non ha necessità di artifici. Gli Shalalalas, con questo lavoro, lo hanno ampiamente dimostrato. Certo, è anche questioni di gusti personali, chi ama il “wall of sound” di Phil Spector, il rock più roboante e/o graffiante oppure il progressive più melenso, non si troverà a sua agio nel carpire l’essenza di questo cd.

Come ho appena scritto, è l’approccio alla musica ad essere diverso, ma chi ha udito buono e cervello pronto a cogliere il vero senso della musica contenuta in questo cd, non avrà difficoltà ad apprezzarlo. Le due voci funzionano benissimo da sole e si arricchiscono del loro contrasto quando cantano insieme, il violino di Sara e la chitarra di Alex dialogano come vecchi amici, le melodie vengono da molto lontano e non hanno pudore nel manifestare la loro leggerezza senza mai scivolare nel corrivo o nel pop da canzonetta.

Come accade sempre in ogni lavoro discografico, ci sono tracce più convincenti di altre, ma questo è sempre dettato dalle inclinazioni personali. Per quel che mi riguarda sono stato particolarmente colpito da “Wonder”, brano dal sapore di una fiesta ad alto tasso alcolico, da “Non sense” che sfoggia un riff ossessivo di violino che richiama alla memoria certe cose dei gloriosi Waterboys e da “Game” che forse, per titolo e arrangiamento (voci e violino che ricamano il tessuto ecru della chitarra) potrebbe funzionare da manifesto del gruppo.

Discorso a parte merita “Car alarms”. E’ una ballata delicatissima, struggente ed evocativa che è senza alcun dubbio la gemma più luminosa dell’intero album.

recensione di Daniele Borghi

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