Apr 012012
 

(La Tempesta Dischi – distribuzione Universal, 2012)

★★★½☆

È uscito il 31 gennaio il nuovo disco di Il Teatro degli Orrori, dopo che i due dischi precedenti, “Dell’Impero delle Tenebre” del 2007 e “A Sangue Freddo” del 2009, avevano fulmineamente contribuito a rendere la band veneta una delle più importanti realtà del rock italiano, alla pari di nomi del calibro di Afterhours, Marlene Kuntz o Verdena. Negli ultimi due anni la band aveva visto diversi avvicendamenti, che paradossalmente si sono chiusi con un ritorno alla formazione originale, la stessa che aveva registrato i primi due dischi: Pierpaolo Capovilla alla voce, Gionata Mirai alla chitarra, Giulio Ragno Favero al basso e Franz Valente alla batteria.

Il nuovo album “Il Mondo Nuovo”, come i due precedenti prodotto da La Tempesta Records (dietro cui si celano Davide Toffolo ed Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti) e distribuito da Universal, prende il titolo dallo straordinario romanzo distopico di Aldous Huxley, e rappresenta sicuramente un passo importante nel percorso artistico della band. Il disco è costruito infatti secondo l’ambiziosa formula del concept album, una scelta che si contrappone nettamente alla tipica fruizione della musica dei nostri giorni, dominata dallo streaming di singole canzoni. Altrettanto ambiziosa è la scelta del problema dell’immigrazione come tema portante del concept album (il titolo provvisorio era addirittura “Storia di un immigrato”, poi pudicamente accantonato per il troppo esplicito riferimento alla “Storia di un impiegato” di Fabrizio de André), e testimonia ancora una volta come personalità musicale e coscienza politica siano aspetti inscindibili dell’entità Teatro degli Orrori.

“Il Mondo Nuovo” è un’ulteriore espansione della tavolozza acustica del gruppo, partita dalla formula grezza e d’impatto del primo album, di tipica scuola post-punk à la Steve Albini, ed evolutasi nei tessuti sonori di “A Sangue Freddo”, dove comparivano pianoforte, archi, fiati, sintetizzatori, elettronica. Nel nuovo album, esaltato dalla superlativa produzione di Giulio Ragno Favero, si nota innanzitutto una aumentata cura del dettaglio sonoro, già evidente soprattutto in “A Sangue Freddo”, ma qui portata davvero ad un altro livello con moltissime parti di chitarra a intrecciarsi continuamente (e con molti e pregevoli interventi delle chitarre acustiche, figli dell’esperienza solista di Gionata Mirai con il suo “Allusioni”, uscito a fine 2011), coloriture delle tastiere e degli archi e un uso ancora più vario dell’espressività vocale di Pierpaolo Capovilla, spesso aiutato da efficacissimi cori. Rispetto ai due dischi precedenti l’impatto dei brani è meno urlato e più ragionato, meno rabbioso e più dimesso, mentre il suono globale è meno tagliente e più morbido e c’è ancora più spazio per la melodia: la grande maggioranza dei pezzi sono rock solido e potente, non banalmente strutturato e magnificamente suonato e arrangiato, e i ritornelli spesso sono di facile presa, come e più che nei dischi precedenti, come risulta dal quasi pop del singolo “Io cerco te”, che ha anticipato di un mese l’uscita dell’album. Non mancano ovviamente picchi di furia, come in “Martino”, o “Cuore d’Oceano” o nel devastante finale di “Adrian”, ma vi si contrappongono momenti più dilatati e malinconici come in “Cleveland-Baghdad”, nella struggente “Ion” e nella conclusiva “Vivere e morire a Treviso”.

Il disco parte forte e veloce con la batteria di Franz Valente a dare il via a “Rivendico”, rock nel pieno stile Teatro degli Orrori e grande ritornello, seguito a ruota dal singolo “Io cerco te”, ancora più semplice e cantabile, ma ben arrangiato e con interessanti interventi della 12 corde acustica di Gionata Mirai. I due brani, insieme alla successiva ed elettrica “Non vedo l’ora”, servono a introdurre il concept, rappresentando gli incubi del passato (“porto via con me la mia guerra civile, anche se a pensarci bene la cedo volentieri a qualcun altro”), le speranze del presente (“non vedo l’ora di respirare l’aria di Londra e quell’odore di underground”) e le ambizioni del futuro (“rivendico il diritto di amarti […] mi si spezza il cuore, sentirti così lontano”) che il migrante porta con sé.

“Skopje”, uno dei brani migliori di tutto l’album, inaugura la serie delle storie individuali che sono il nucleo del concept: narra gli “amori degli uomini del mondo”, la malinconia e la disperazione di un padre lontano dalla propria famiglia (“non posso fare a meno di voi”). Il giro del mondo intrapreso dal disco prosegue verso il Delta del Niger (già visitato in “A Sangue Freddo”, la cui title-track narrava dello scrittore e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa) con l’utopia di “Gli Stati Uniti d’Africa” che introduce (in maniera buffa e forse un po’ stereotipata) sonorità africane accanto a un potentissimo riff e cita il leader del MEND (Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger) Henry Okah.

“Cleveland-Baghdad” è l’intensa confessione di un soldato al fronte (“qui nessuno ti dice la verità”, “la pace, la giustizia, la democrazia non contano un bel niente”), anch’egli in qualche modo assimilato ad un migrante, e si muove tra chitarre acustiche a sottolinearne la rassegnazione e un rock lento e pesante a raccontarne la rabbia e la paura (“per le strade di Baghdad l’inferno non è che un mito, una favola infantile per soldati che pregano un dio crudele e disattento”), mentre la potentissima “Martino” con la sua strofa parlata e il cantato sarcastico del suo ritornello (“benvenuti in Italia!”) è ispirata ad una poesia di Esenin e sembra narrare una storia di isolamento sociale ed emarginazione.

Dei molti e importanti ospiti presenti nel disco (da Rodrigo d’Erasmo degli Afterhours a Egle Sommacal dei Massimo Volume) il più famoso è senz’altro Caparezza (e la collaborazione potrà sicuramente far storcere il naso a qualche fan più purista degli altri), che ha cantato e scritto le parole di “Cuore d’Oceano”, la storia di un migrante italiano che si lancia dalla nave che lo stava portando verso la terra promessa per eccellenza, gli Stati Uniti d’America. Sostenuta dagli interventi di Aucan alle tastiere e all’elettronica, l’interazione fra il rapper pugliese (che non rinuncia per nulla alla propria personalità vocale) e la band veneta è molto credibile, e il brano, con il rabbioso climax vocale di Caparezza, si inserisce bene nel resto del disco. Alla violenza straziata di “Cuore d’Oceano” si contrappone la vicenda straziante di “Ion”, dedicata all’ingegnere rumeno Ion Cazacu, bruciato vivo dal suo datore di lavoro a Gallarate (in provincia di Varese): è un brano spoglio, dimesso, bellissimo, costruito semplicemente sugli arpeggi della chitarra acustica e il lamento a metà tra parlato e cantato della voce.

La sequenza di storie individuali e paradigmatiche continua con il trittico composto da “Monica”, “Pablo” e “Nicolaj”: la prima, nel suo incedere triste ma sicuro e ritmato, narra di un amore spezzato dal dramma del carcere e della morte per uno sciopero della fame, e ci ricorda le condizioni disumane ed inaccettabili in cui versano le carceri nel nostro paese. La seconda, non fra i migliori momenti del disco, rilegge una pagina di “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline ed ha un andamento più timido, fatto di tastiere e chitarre e aiutato dall’efficace lavoro della batteria, prima del potente finale. La terza infine è una ballata lenta, drammatica, possente e funerea e parla ancora di un dramma d’amore, ed è curioso come la linea vocale del ritornello ricordi da vicino l’incedere tipico di Tiziano Ferro, un musicista lontano anni luce dall’estetica di Capovilla e soci.

L’ultima parte del disco risulta forse un po’ troppo lunga, anche a causa di due fra i brani meno riusciti dell’album: “Dimmi addio” scivola via senza impressionare più di tanto, anche se contiene nel finale alcuni dei versi più intensi di tutto il disco (“voglio parlare con Gesù, voglio spiegargli che cos’è l’hinterland di Milano, gli voglio raccontare senza giri di parole, bestemmiando forse, quanto mi sento solo e quante cose vorrei”). “Doris” è invece il rifacimento un po’ insipido, ma potentissimo nel finale, di un brano degli Shellac, lato A del 7” “Uranus” uscito nel 1993 ovviamente per Touch and Go, e narra la buffa storia di una donna che cantando la sua canzone fa avvenire miracoli.

Di altissimo livello invece gli ultimi due brani del disco. Il recitato noise di “Adrian”, rappresentazione più teatrale che musicale della storia di un sicario, si divide fra una marcia sinistra e il fragore squassante dei tuoni del finale, e mostra tutta la forza vocale di Capovilla e la sua capacità di sfruttare in maniera magistrale il suono delle parole. “Vivere e morire a Treviso”, anch’essa più recitata che cantata, è la classica quiete dopo la tempesta, e affianca semplici arpeggi di chitarra e un uso moderato e non invadente dell’elettronica a creare un’atmosfera distesa e malinconica, quasi a voler alleviare la fatica dell’ascolto delle storie terribili narrate lungo tutto l’album.

“Il Mondo Nuovo” non è un disco perfetto: può certamente risultare troppo omogeneo (tutti i brani hanno durate simili e velocità analoghe), troppo lungo, un ascolto ostico e difficile da penetrare per la complessità dei testi e degli arrangiamenti, per i moltissimi dettagli da scoprire, oltre che per la presenza di qualche episodio meno convincente degli altri. Si può anche avere l’impressione che il protagonismo del cantato, del recitato e delle citazioni letterarie di Capovilla sia eccessivo, e che il resto della band abbia fatto un passo indietro per lasciare al leader ancora più spazio, suonando con un approccio più semplice e ragionato e meno devastante, soprattutto per quanto riguarda il comunque ottimo lavoro della chitarra, che si dedica più a creare l’ambientazione sonora dei brani, stratificando diversi timbri, e meno ai potentissimi riff dissonanti a cui ci avevano abituato i due album precedenti.

Non sono però i riferimenti a Pasolini e Gramsci, le citazioni di Esenin, Céline e Rimbaud a rendere “Il Mondo Nuovo” un disco affascinante ed importante per l’Italia del 2012. È la sua voglia di voler prendere di petto, analizzare in maniera profonda, non banale, e con un occhio diverso e del tutto anti-ideologico che fa discendere la visione globale dal particolare delle storie individuali, quello che forse è il più gravemente irrisolto e trascurato tema politico della contemporaneità italiana, la coscienza sporca di un intero Paese “dove la guerra è bella, anche se fa male, anche fra di noi”: l’ipocrisia che fa convivere lo sfruttamento e l’emarginazione, l’indispensabilità economica della manodopera migrante e la negazione dei diritti, la solidarietà pelosa e il razzismo strisciante, se non addirittura violento e omicida. E l’importanza di questo disco, e della poesia ermetica, a volte dura e cinica e senza speranza, ma dannatamente realistica di Capovilla, cresce ancora di più se si pensa a quanto le tematiche della prima fila del rock indipendente italiano siano lontane dalla politica come strumento di analisi e denuncia della realtà quotidiana, preferendo dedicarsi piuttosto a percorsi introspettivi o surreali: nella musica di Il Teatro degli Orrori il peso politico delle parole vale quanto, se non di più, la forza d’urto delle note, che soprattutto in questo disco viene utilizzata come veicolo per portare certi temi, politici e culturali, lontano dalla falsità della televisione, dalla polvere degli editoriali o dal discredito della politica istituzionale.

“Il Mondo Nuovo” è un altro tassello significativo nella discografia di Il Teatro degli Orrori e nell’evoluzione del rock italiano di questi anni ’10: il percorso musicale della band sembra direzionato verso orizzonti più maturi, meditati e contaminati, e sconta quindi qualche incertezza legata alla scoperta del nuovo, seppure nascosta fra la maggioranza di ottimi brani ed edulcorata dalla superba qualità della produzione e dall’accuratezza degli arrangiamenti. Ma sono la forza delle parole e l’importanza dei temi sviscerati a rendere questo disco, con tutte le sue imperfezioni, un ascolto imprescindibile per capire cosa può dire, se sceglie di farlo, il rock italiano di oggi.

Recensione di Andrea Carletti

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