Feb 032013
 

Django unchained, di Quentin Tarantino. Con: Jamie Foxx, Christophe Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Franco Nero durata 165 min, USA 2012

★★★★☆

Django (Jamie Foxx) è uno schiavo nero (anzi, “negro”, come ossessivamente ripetuto di fotogramma in fotogramma) che viene comperato all’asta dai fratelli Speck. In una plaga non identificata del Texas, il corteo viene raggiunto da un presunto dentista teutonico, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz), che “acquista” il cowboy e libera gli schiavi, trucidando gli aguzzini degli stessi ed inaugurando la prima delle numerose carneficine presenti nel girato. Schultz rivela così la propria professione “ufficiale” di cacciatore di taglie, e convince Django ad assecondarlo nella ricerca dei fratelli Brittle, che intanto lavorano sotto falso nome come negrieri in favore di un potente proprietario terriero, al fine di regolare i conti con gli stessi e conseguentemente incassarne la ricca ricompensa. Quindi, si offre di aiutare lo stesso Django nella ricerca della moglie Broomhilda (Kerry Washington), detenuta come schiava dal sanguinario Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), schizofrenico nababbo incline alla violenza tanto quanto ai vizi, circondato da una schiera di sprezzanti e fidi consiglieri e padrone della dorata Candyland. Non senza patemi, la vendetta prende quota, plana verso l’insuccesso, prima di spiccare il volo definitivo che la consacra in toto, ristabilendo l’ordine degli eventi.
Il ritorno cinematografico di Tarantino non poteva essere dei migliori, rileggendo il classico spaghetti-western all’italiana utilizzando un titolo (appunto Django di Sergio Corbucci, 1966) più che uno script effettivamente derivante da esso. Proseguendo sulla scia tracciata col precedente Bastardi senza gloria, Tarantino dimostra di aver superato la fase transitoria tipo Kill Bill in favore di una rilettura al solito estremamente personale ma ingentilita da un cast stellare dove nessuno degli interpreti finisce per rubarsi la scena, il tutto sorretto da uno stile registico sontuoso e conciso, con momenti di alta scuola cinematografica come l’arrivo iniziale della carrozza di Schultz, illuminata dalle lampade che fanno strada nel buio, o la memorabile carrellata (ed annesso cammeo dello stesso Tarantino) con al centro Django ed i cowboy che ingenuamente lo liberano prima del ritorno alla villa (faranno una brutta fine). Tutto funziona all’interno di un meccanismo oliato a dovere, dove la dimensione morale non prevarica il girato ed il giudizio di sorta relativo alla storicizzazione non pone domande esegetiche che risulterebbero estranee al contesto: per questo motivo, le polemiche riguardanti il presunto razzismo intrinseco alla pellicola appaiono fuori luogo o quantomeno pretestuose, esempio su tutte le contestazioni mosse da Spike Lee, egli stesso autore in passato di un film come Miracolo a Sant’Anna che poco o nulla dimostrava di aver compreso di una delle pagine più nere della storia recente (nella fattispecie di casa nostra e dell’abominio nazifascista tragicamente verificatosi nel biennio 1944-45). Narrato con la consueta personalità tarantiniana, Django Unchained segue uno sviluppo lineare con qualche flashback a puntellarne la trama, forte della gigantesca cultura cinematografica del regista che spazia dal western al B-Movie allo splatter, transitando per lo stile narrativo tipo Cormac Mc Carthy (Non è un paese per vecchi e Cavalli selvaggi su tutti) senza apparenti cenni di cedimento, frullando il tutto in maniera convincente ed efficace, sfruttando appieno la memorabile maschera di un Jamie Foxx in stato di grazia, supportato da un immenso Christophe Waltz, forbito ed ironico portatore di morte, nonché da un Di Caprio libero dai condizionamenti degli imbecilli giurati hollywoodiani restii a conferire un tributo adeguato a questo attore oramai incapace di sbagliare anche una minima battuta. Citazione a parte merita il nero, smaccatamente razzista coi neri, interpretato da un Samuel L. Jackson per l’occasione zoppo e nevrotico, ciambellano della corte di Candyland e navigato mestatore di coscienze che fa “saltare il banco” alla coppia Django-Schultz durante la cena alla villa. Da sottolineare, infine, l’imprescindibile requiem tributato a Franco Nero che compare in una scena come negriero a casa Candie, incontrando fugacemente Django al bar per un ipotetico passaggio del testimone, non tanto da film a film quanto da un Django ad un altro quasi cinquant’anni dopo. Stilisticamente impeccabile, fotografato con colori vividi ed espressivi da Robert Richardson e sceneggiato dal regista stesso, con la colonna sonora di Morricone riarrangiata da L. Enriquez Bacalov, Django Unchained è uno degli episodi cinematografici più felici di Tarantino, laddove il citazionismo a tratti sterile sperperato nei precedenti esperimenti (Kill Bill su tutti) trova il giusto connubio con una scrittura moderna ben amalgamata al cinema vintage adorato dal regista, senza che nessuna delle due situazioni prevalga sull’altra, garantendo un equilibrio raro che tiene in piedi la pellicola per tutti i 165 minuti. Del resto, se Tarantino viene considerato il cineasta più influente dell’ultima, ventennale generazione cinematografica, forse tutti i torti certa critica non li ha. Magari, anche per questo Django Unchained è già un cult.

Recensione di Fabrizio ’82

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