Mar 052009
 

Katyn, regia di Andrzej Wajda con Maja Ostaszewska, Wiktoria Gasiewska, Andrzej Chyra, Magdalena Cielecka.
Durata 117 min. – Polonia 2007

★★★★☆
Il massacro di Katyn è l’ennesima grande prova del maestro ottantaduenne Andrzej Vajda, che ha portato in sala ben tre milioni di polacchi, confrontandosi con quella che fu una tragedia anche dal punto di vista personale poiché in quel massacro il regista perse suo padre, capitano di fanteria.
Nell’aprile del 1943 l’esercito tedesco scoprì le fosse comuni nelle foreste di Katyn e dintorni dove erano seppellite circa 22.000 persone tra militari e civili (ufficiali, docenti intellettuali, tecnici, artisti), sterminate dalla polizia politica di Stalin: l’eliminazione fisica di un’intera classe dirigente era considerato il modo migliore per sottomettere la Polonia. Il governo sovietico negò le accuse sostenendo invece che erano stati giustiziati dai tedeschi nell’agosto del 1941. Questo massacro divenne così oggetto di propaganda sia da parte tedesca che da parte sovietica. La verità si seppe solo nel 1990 quando Eltsin dichiarò ufficialmente che quanto accaduto era stato ordinato da Stalin.
Il film si sviluppa in un arco di tempo che va dal settembre 1939 al 1945. Inizia con l’invasione nazista della Polonia e la popolazione che si trova presa tra due fuochi: da una parte i nazisti e dall’altra l’esercito sovietico che, considerato inizialmente come amico, diventerà il nuovo nemico.
L’Unione Sovietica aveva, infatti, firmato con la Germania un patto di non aggressione – il patto Ribbentrop-Molotov – che prevedeva tra l’altro la spartizione della Polonia.
Di grande impatto emotivo l’entrata in scena dei militari sovietici che strappano in due le bandiere polacche, bianche e rosse, lasciando il rosso a sventolare e il bianco messo attorno ai piedi per scaldarli: distruggendone le bandiere la Repubblica Polacca cessava di esistere anche nei simboli. Molto significativa anche la scena della chiusura dell’Università di Cracovia da parte dei nazisti. Un popolo veniva così privato sia dagli uni che dagli altri della sua identità nazionale, religiosa, culturale. E la vita continua tra chi accetta o si assoggetta alla nuova realtà e chi invece la rifiuta e vi si oppone, lottando e resistendo. Altro punto focale del film è l’attesa delle donne (madri, sorelle, mogli) che aspettano fiduciose il ritorno dei loro uomini fino a quando viene loro comunicato, man mano che si aprono le fosse e vengono riesumati e identificati i cadaveri, il decesso dei loro cari.
Wajda ha fatto spesso film di testimonianza storica e di guerra. La guerra al cinema a volte viene solo spettacolarizzata e resta dietro lo schermo, altre volte ne viene fuori e riesce a coinvolgere emotivamente; in questo caso la guerra con i suoi orrori buca letteralmente lo schermo, penetra dentro in modo lacerante, dirompente, si sente fisicamente. Sia nelle scene delle esecuzioni, sia in quelle dell’apertura delle fosse e della riesumazione dei cadaveri Wajda riesce a rendere perfettamente tutto l’orrore di quel massacro. La macchina da presa è uno strumento che diventa arma di denuncia. Un grande regista di grande impegno civile: una specie in via di estinzione.

Recensione by Franca

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