Nov 052010
 

Roma, Auditorium Sala Petrassi, 19 Ottobre 2010

★★★★☆

Perché mica siamo bravi tutti a fischiettare come fringuelli. E no. Ci vuole arte, e ci vuole anche un nome che si porta scritto dentro un mestiere. Ovvio, poteva per esempio diventare guardiano di una voliera comunale, il piccolo Andrew, lì nelle campagne dell’Illinois, e invece è diventato un eclettico polistrumentista, nonché ‘fischiettatore’ patentato, soave come un uccellino, appunto. E bravo, per giunta, bravo non poco. Uno sperimentatore nato, giocoso e curioso, con personalità e stile, a proprio agio nel folk come nel rock, con accenni alla musica classica piuttosto che al jazz-swing. E questi ampissimi orizzonti musicali si ritrovano con mille sfumatore nei suoi dieci e più album, tra record da solista a partire dal 1996 (aveva solo ventitre anni quando ha inciso ‘Music of Hair’), vari album con i Bowl of Fire (dal 1998 al 2001) e svariate registrazioni live. Linfa vitale per Bird e per la sua musica in termini di continuo arricchimento artistico sono le numerose collaborazioni con stimatissimi colleghi, come Ani Di Franco, Kristin Hersh, Rufus Wainwright, My Morning Jacket, e via discorrendo. Così lo aspettiamo a Roma, all’Auditorium la sera del 19 ottobre, unica -attesissima- data italiana e –a ragione- sold out. Dividendosi tra violino e chitarra, con scioltezza campionandosi da sé, picchiettando sui tasti di uno xilofono e insieme cantando, spesso fischiettando, Andrew Bird ci propone un 'one man show'. Ha snocciolato brani vecchi, alternandoli ai più recenti, regalandoci persino alcuni inediti. Sapientemente, per tutto il tempo,

mandante ed esecutore.. autodirigendo quest’orchestra tascabile, autodirigendosi con classe. Senza dubbio, vinte le perplessità inziali riguardo al ‘facciotuttoio’, s'è presto rivelato uno spettacolo intrigante, capace di catturare l’attenzione e la concentrazione del pubblico, preso per mano e guidato in un ascolto assorto di sonorità a metà tra pop d’autore, divagazioni da musica da camera e ballate folk d’altri tempi. Un bel banco di prova, questo soloshow, ma la fiducia è ben presto conquistata e l'entusiasmo sale, soprattutto sui pezzi più noti, vedasi ‘Natural Disaster’ ‘Oh No’ o ‘Carrion Suite’, arrivati insieme a metà scaletta come un treno ad investire la sala. Un concerto al sapore di ‘best of’, con brani tratti da ‘Andrew Bird and The Mysterious Production of Eggs’ (Fargo, 2005) piuttosto che da ‘Noble Beast’, ultimo lavoro in studio (Fat Possum Record, 2009) o da ‘Armchair Apocrypha’ (Fat Possum, 2007), ma anche dai primi album (The Swimming Hour  e Oh! The Grandeur) con la band Bowl of Fire. Quelle corde di violino, pizzicate a mo’ di mandolino a costruire un crescedo martellante, o suonate con dolcezza come a ricucire un dolore, quel fischiare penetrante che da parte a parte t’attraversa e quella voce poi, intensa, prestata a giochi raffinatissimi, sono nell’insieme un tratto netto che caratterizza e contraddistingue il lavoro prezioso di quest’artista, sempre originale, ricco e ricercato. Da Chicago in solitaria, una serata di inusuale pop-folk, raccolto e colto, che ha colmato aspettative e ripagato attese.

Recensione e foto di Rosa Paolicelli

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