Lug 112016
 

…ovvero la maniera equa per ricordare la verve di un poeta che ci manca

Roma, Auditorium Parco della Musica, 24 giugno 2016

★★★½☆

Cristiano_De_AndreNuovo episodio di De Andrè figlio (ovviamente Cristiano) che ricalca le orme di cotanto padre (ovviamente Fabrizio), dopo il grande successo del tour di cinque anni fa, ora riproposto nella medesima veste ma arricchito da alcuni brani rimasti fuori alla prima tornata, conservando intatte quelle emozioni e quelle sensazioni che avevano garantito un grandissimo successo ad un’operazione sulla carta rischiosa ma rivelatasi azzeccata dal punto di vista dell’esecuzione e pregna di un impatto emozionale eufemisticamente giustificato. Di Cristiano De André, polistrumentista cresciuto “a bottega” dal padre, si scrive e si chiacchiera sempre parecchio, spesso dimenticandosi di enunciarne l’aspetto di musicista eccellente, magari mai propriamente espresso ed in perenne conflitto psicologico con l’ombra di un padre ingombrante, che giocoforza finisce per oscurarne financo le proposte meglio riuscite (l’ottimo Scaramante, datato 2001) spesso dimenticandoci la difficoltà intrinseca nel doversi confrontare ogni giorno, lo si voglia o no, con la figura di un genitore considerato uno dei cantautori più influenti di sempre all’interno della musica italiana. La nuova veste con la quale vengono presentati i brani di Fabrizio, corredati da arrangiamenti che personalizzano l’insieme evitando di far piombare l’operazione in un remake-commerciale-e-basta, rendono questo nuovo De André canta De André un evento a sé stante, con numerose sorprese in scaletta, il tutto a beneficio del non numerosissimo pubblico accorso all’Auditorium in una serata dell’estate romana tra le più afose e calde di questo giugno. L’apertura del concerto è riservata al genovese natio, con Sinan Capudan pascià e A cùmba, poi Cristiano inizia a piazzare qua e là brani del De André generalmente meno battuti, a cominciare da Una storia sbagliata, pezzo dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, passando per la disincantata Canzone per l’estate (scritta a quattro mani con De Gregori) fino alla bellissima Coda di Lupo, tratta dallo straordinario lavoro Rimini che vide la fondamentale collaborazione di Massimo Bubola. Non mancano poi momenti di grande pathos derivanti da opere immortali di Fabrizio: a partire da La collina, apertura del capolavoro Non al denaro non all’amore né al cielo fino ad una versione ritmata de’ Il Bombarolo (applauditissima dal pubblico), ed ancora le classicheggianti Don Raffaè e Fiume Sand Creek amalgamate alla perfezione con chicche quali Quello che non ho e soprattuto l’immortale Il testamento di Tito, vera summa del De André pensiero rispolverata da Cristiano sulla scia dell’esibizione al teatro Brancaccio, in quello che fu purtroppo l’ultimo tour di Fabrizio De André che nell’occasione di diciotto anni fa condivideva il palco proprio con Cristiano. Le canzoni si susseguono in un crescendo che coinvolge sempre maggiormente il pubblico, con le acclamate ed irrinunciabili Volta la Carta e Il Pescatore, con Cristiano che al pianoforte piazza due splendide versioni di Amore che vieni amore che vai e La canzone dell’amore perduto, senza nascondere la commozione dinanzi all’entusiasmo degli astanti che dimostrano di non averne mai abbastanza, preludendo ad una sorta di abbraccio ipotetico tra padre e figlio quando l’artista intona la toccante ed inarrivabile Amico Fragile, capolavoro forse insuperato riproposto tra gli altri da PFM e Vasco Rossi (nel tributo Faber… Amico fragile), brano che rappresenta in toto l’essenza della personalità complessa e riflessiva del Faber, probabilmente l’esempio più alto dell’introspezione problematica e conflittuale espressa da De André durante l’arco dell’intera carriera. Impossibile poi prescindere da Creuza de ma e dalla gitana Korakhanè, all’interno di uno spettacolo spalmato su un paio d’ore appassionanti e, per certi versi, avviluppate all’interno di una qual certa forma di deja vu, vista e considerata la somiglianza sempre più marcata col passare degli anni tra Cristiano e papà Fabrizio, non soltanto da un punto di vista fisico ma anche dal timbro suadente di voce che ricorda, senza il bisogno di paragoni immotivati, le narrazioni del Faber. Che venga o meno considerata un’operazione commerciale, De André canta De André consiste nella riproposizione di un repertorio straordinario appartenuto ad uno di numi tutelari della canzone d’autore italiana, con brani arrangiati ed eseguiti alla perfezione sui quali veleggia la voce di Cristiano, un mezzo di importanza capitale per diffondere il verbo di De André padre ai giovani, ai quali viene offerta la possibilità di ascoltare live brani di struggente bellezza confinati unicamente tra le masterizzazioni dei CD. Che poi Fabrizio De André fosse un altro tipo di artista o meglio, in concreto, un “qualcosa d’altro” nel panorama musicale italiano, non lo scopriamo certamente a diciassette anni dalla sua dipartita. Ma se qualcuno decide di confrontarsi col suo repertorio, cercando di cantarlo con un pathos avvicinabile all’originale, l’unico a poterci riuscire è senza meno Cristiano. Qualcuno storcerà la bocca. Ma è una verità incontrovertibile.

Recensione di Fabrizio ‘82

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