Ago 132014
 

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Buon ascolto e buone vacanze a tutti!!
La redazione di Slowcult.

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Claudia Giacinti consiglia: Harvest – Neil Young (1972 reprise records)
harvest-claudia (1)Confesso che da quando è nata questa rubrica è il disco che avrei sempre voluto segnalare ma che non ho mai fatto per timore reverenziale! Perché? Perché consigliare l’ascolto di una pietra miliare come questa suona come un ossimoro… chi non l’ha mai ascoltato? Eppure l’occasione è un’aperitivo tra amici (mooolto più giovani della sottoscritta) nel momento in cui sul piatto finisce il suddetto vinile… et voilà! L’esecito di miscredenti si piega al verbo dello Young delle origini, al pioniere del folk rock che ci serve un “raccolto” composto da ballate acustiche ed elettriche, accompagnate a testi che raccontano di amore e solitudine, di ansia e depressione, di droga e razzismo (quest’ultimo tema gli varrà la controreplica dei Lynyrd Skynyrd con tanto di citazione sulla loro più celebre canzone). Tutti gli argomenti affrontati sono trattati con grande umanità, complici le melodie introspettive di questo album bucolico anche nella celeberrima grafica di copertina. È difficile fare un elenco delle tracce migliori perché almeno i 3 quarti dell’intero lavoro vivono di vita propria. La celebratissima Heart of gold, la title track Harvest, la struggente Old man, la commovente The needle and the damage done, la già citata antirazzista Alabama, la solitaria Out on the weekend, la cavalcata elettrica Words che chiude l’intero lavoro. Una sequenza di brani che scorrono come un fiume in piena, facendo riaffiorare valanghe di ricordi nella mia mente di vecchia nostalgica. Erano gli anni settanta, avevo solo 12 anni. Harvest è stato il primo acquisto discografico della mia vita. E ancora ne vado fiera!

 

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Antonella Garofalo consigliaHaus Der Lüge – Einstürzende Neubauten (1989 Thirsty Ear Records).

 antonella_EN (1)Se riuscite a sopravvivere alla traccia d’ingresso, Prolog, questo disco vi farà felici. Gli EN non sono una band, sono un mondo. Che si è spalancato al mondo con questo album datato 1989. Band di nicchia alla cui ricchissima produzione di suoni e di ritmi d’avanguardia molti artisti degli anni novanta devono rendere grazie. Haus Der Lüge è un disco intenso che non ho mai ascoltato come un reperto storico (anche perché avevo il vinile, appunto, nell’89) e invito voi a fare altrettanto, per riscoprirne l’assoluta attualità. La lingua tedesca ha una musicalità perfetta per il genere industrial. Qui è unita alla voce splendida di Blixa Bargeld, che raggiunge profondità notevoli (in Fiat Lux è lirica e straziante, in Feurio ha la sferza di una frusta, in Der Kuss un pathos che lascia senza fiato). Ascolto consigliato a chi: – veste T-shirt nera e sneakears anche quando il resto del mondo è in prendisole e infradito. Ascolto consigliato dove: – nelle notti passate sulla veranda di un qualunque luogo abbastanza buio da farvi arrivare dritti nella Berlino pre-rinascita senza biglietto di ritorno. Ascolto consigliato perché: – perché dopo gli EN nella vostra testa cambierà anche quella musica che avete sempre ascoltato senza sapere che gli EN esistono e sono ancora grandissimi.

 

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Fabrizio Forno consiglia: Songs in the Key of Life – Stevie Wonder (1976 Motown records)

discolibro14 005 (Copia)Lo so, ci sono ricascato un’altra volta. E’ una questione di clima, di temperatura, di meteorologia. Arriva (tardiva) l’estate e torno ad avvertire l’impellente bisogno di musica nera e di conseguenza di suggerirla in questa rubrica di ascolti estivi. Stavolta però sono sicuramente più giustificato. Qui siamo di fronte ad un vero capolavoro del genere. Nel 1976, dopo tre album uno meglio dell’altro che ne avevano sancito il successo planetario (Talking Book, Innervisions e Fullfillingness’ First Finale) e che a chiunque sarebbero bastati per vivere di rendita e gloria fino ai giorni nostri, ecco arrivare l’Opera Summa, un album doppio (con Bonus EP con 4 brani): un’antologia di musica che chiamare soul, funk, jazz è quanto mai riduttivo e limitativo. Come sempre suonato principalmente dall’autore (ma con illustri contributi di George Benson e Herbie Hancock), snocciola un elenco di brani che spaziano dalla love ballad con spruzzatine gospel (Love’s in Need of Love Today) al brano sinfonico dalle tematiche sociali ed antirazziste (Ghetto Land), al vero Jazz-Rock degno di Miles Davis, al torrido funk degli hits Sir Duke e I Wish (sfido chiunque a rimanere immobile all’ascolto del trascinante groove di questo brano). Senza dimenticare la splendida Isn’t She Lovely dedicata all’appena nata figlioletta Aisha oppure la struggente Pastime Paradise, ripesa decenni dopo anche dall’universo hip-hop e la magnifica As, omaggiata da una scintillante cover di George Michael e Mary J. Blige. Non si può sintetizzare in poche righe un’opera di più di 100 minuti, non ci sono parole sufficienti per descrivere il genio espresso da Stefano Meraviglia all’apice della creatività. Dopo questo disco sarebbe iniziata la parabola discendente a livello creativo (con un ultimo sussulto a inizio anni 80 legato al rovente reggae di Master Blaster per omaggiare l’appena scomparso Bob Marley).  Scegliete un brano, non necessariamente tra quelli qui elencati, ascoltatelo e fatene il vostro disco per quest’estate e per le prossime cinquanta.

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Costance consiglia: Any Day Now – Bob Dylan songs sung by Joan Baez (1968 Columbia CBS)

Immagine disco (1)Any Day Now è un doppio Album di Joan Baez uscito nel 1968 e registrato negli studi di Music City, come viene definita Nashville, con il supporto dei più prestigiosi musicisti del momento. Raccoglie esclusivamente canzoni scritte da Bob Dylan, ad eccezione di Tears of Rage. Il brano più famoso è Love is just a four-letter word (four letter word in slang vuol dire parolaccia), che dopo l’interpretazione di Joan Baez è stato sempre considerato come suo, così come “Walls of Redwing” mai interpretato da altri e raramente eseguito da Dylan stesso. Ristampato su CD nel 1990, oggi è rarissimo e dunque ancora più prezioso, Any Day Now è l’omaggio di una donna a un musicista che lei ha amato sia come uomo che come artista.

Canto l’uomo che ho amato – sembra dirci – amatelo attraverso di me. Io leggo nel suo cuore, nelle sue nevrosi, nei suoi ideali e nella sua arte che mi ha conquistata. Ora la faccio mia e gliela mostro con la mia voce, e attraverso me, che possa vedersi, così come io stessa l’ho visto, immenso amato e indimenticabile.” Joan Baez non interpreta Dylan, lo canta. Diventa per lui una voce che non ha, amplificando le emozioni contenute in una totale empatia di intenti. Lei è lo specchio che riflette la bellezza così come solo gli occhi dell’amore possono fare. Lei è Dylan, ma è anche e soprattutto se stessa. Un binomio che rende questo disco straordinariamente bello, seducente, autentico e puro. Puro come l’avrebbe reso l’autore e raffinato come la voce ammaliante di Joan Baez. Perchè non riascoltarlo dunque? La musica è come un filo d’Arianna che ci guida all’interno di un labirinto, che siamo noi. E non si può fare a meno di percorrerlo in lungo e in largo, sapendo che le note sono sempre e solo sette, ma gli infiniti modi di metterle insieme producono una meravigliosa magia.

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Giulio consiglia: You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 2 – The Helsinki Concert – Frank Zappa (1988 Rykodisc)

discolibro14 010 (Copia)L’album riporta integralmente il concerto che Zappa e la sua band tennero nel Settembre del 1974 ad Helsinki. La formazione è quella dell’epoca, forse la migliore che Zappa abbia mai avuto, dove spiccano un’incontenibile Napoleon Murphy Brock e le bellissime percussioni di Ruth Underwood. Il resto della band è formato da George Duke alle tastiere e voce, Chester Thompson alla batteria, Tom Fowler al basso e naturalmente Zappa alla chitarra e voce. Il repertorio proviene principalmente da Roxy & Elsewhere con l’aggiunta di brani soprattutto da Uncle Meat e Over Nite Sensation. Nella loro versione live viene fuori tutto il talento di Zappa nel reinventare i brani rispetto alla loro versione da studio. Un bellissimo concerto suonato con eccezionale scioltezza, con sapienza tecnica e soprattutto divertente. Ascoltandolo si nota una bella complicità sul palco con un Zappa particolarmente spiritoso ed ispirato negli assoli di chitarra.

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Andrea Carletti consiglia: Bring It On – Gomez   (1998, Hut Records / Virgin Records)

Andrea GomezSorprendente e magnifico primo album dei Gomez, “Bring It On” resterà ineguagliato nella discografia del quintetto inglese, purtroppo mai all’altezza di questo meraviglioso debutto (con la parziale eccezione del secondo album “Liquid Skin”). Autoprodotto da una band di ragazzi poco più che ventenni, ma talmente valido da essere pubblicato da un sottomarchio della multinazionale Virgin, “Bring It On” offre una credibile e interessante attualizzazione del roots rock americano, visto però da una prospettiva pop e inglese: la musica lascia trasparire un amore profondo per le sonorità del blues americano, filtrate attraverso la forma del pop moderno e la sostanza della psichedelia sessantiana, splendidamente arrangiato e suonato, e a tratti delicatamente colorato di timbri elettronici mai invadenti.

Ma è soprattutto la qualità delle canzoni a rendere l’album il gioiello che è, a cominciare dal brano di apertura “Get Miles”, primo dei tanti momenti che esaltano il timbro caldo e tomwaitsiano di Ben Ottewell, e contrapposto al pop acustico di “Whippin’ Piccadilly”, cantata invece da Ian Ball. Sono proprio gli intrecci vocali (c’è anche una terza voce, quella di Tom Gray) uno dei punti di forza dell’album, come lo sono le ispirate partiture chitarristiche e il drumming creativo di Olly Peacock, che si occupa anche delle parti elettroniche. Non c’è un brano da scartare: si va dai tocchi blues di “Make No Sound” a delicate ballate come “Tijuana Lady” e “Free To Run”, dal raffinato pop dei singoli “78 Stone Wobble” e “Get Myself Arrested” alla jam psichedelica della conclusiva “Rie’s Wagon”, che supera i 9 minuti. Ma c’è anche spazio per la divertente “Love Is Better Than A Warm Trombone”, per la placida malinconia di “Bubble Gum Years” e per la splendente serenità di “Here Comes The Breeze”.

“Bring It On” riesce nel miracolo di coniugare un’estrema orecchiabilità, che però non scade mai nel banale, con una scrittura di ottimo livello e con un sound del tutto particolare, qualità che lo rendono un ascolto fresco e leggero, ma decisamente lontano dalle vuote banalità estive con cui siamo quotidianamente bombardati.

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