Feb 262009
 

Ascesa e rovina della città di Mahagonny, Roma, Teatro Vascello 6 – 22 febbraio 2009

★★★☆☆

brecht 2.jpgCosa accadrebbe se, nel bel mezzo del deserto, quattro criminali in fuga dalla polizia fondassero una città in cui tutto è permesso, attenendosi all’unico principio: “prima mangiare, numero due d’amor l’incanto, terzo la boxe non tralasciare, quarto sborniarsi e questo è quanto. Ma sia ben chiaro che qui da noi nulla è proibito.” ?
Per il mese di febbraio il Teatro Vascello propone un testo difficile, Ascesa e caduta della città di Mahagonny, opera nata dalla collaborazione tra Bertolt Brecht ed il musicista Kurt Weill alla fine degli anni ‘20, che si riduce a poco più di un soggetto se la si separa dall’impianto musicale. Per l’occasione quel soggetto è stato modificato dalla Compagnia “La Fabbrica dell’Attore” (in collaborazione con il centro internazionale “La Cometa”), che ha inserito personaggi nuovi, canzoni di Weill, frasi d’altri testi brechtiani, in una sorta d’omaggio al teatro di uno dei più grandi drammaturghi del Novecento. Composta prevalentemente di attori giovanissimi e sotto l’accurata direzione di Lisa Fernazzo Natoli, la Compagnia ha per l’occasione anche organizzato, presso la struttura del Vascello, un laboratorio aperto a tutti sul teatro di Brecht (12-13-14 febbraio).
Con una scenografia essenziale, ma al tempo stesso straniante e drammaticamente sospesa, in cui tutti gli oggetti di scena pendono dal soffitto, e con l’accompagnamento di un pianoforte che è presenza fissa e fondamentale, si racconta, in modo volutamente esagerato (puro stile brechtiano) di una città in cui tutto è permesso … fuorchè essere senza denaro.
brecht 1.jpgDopo la presentazione dei 14 personaggi, che siedono dietro il pubblico e salgono sul palcoscenico attraversando rumorosamente la platea, l’opera ha inizio, con una macchina in panne nel deserto di un immaginario e romanzato Mid-West statunitense: quattro criminali inseguiti dalla polizia (come un cartello ha precedentemente annunciato, secondo un classico schema brechtiano) stanno tentando di raggiungere la Costa occidentale, paradiso di tutti i cercatori d’oro, quando una di loro, la vedova Begbick, (autentica “mens” del gruppo) propone di abbandonare il progetto e fermarsi dove si trovano, per fondare una città che serva da trappola per gente ricca e ingenua proveniente da tutto il mondo. E’ la nascita di Mahagonny, la cui prosperità futura sarà possibile grazie al Male serpeggiante nella natura umana. La voce della fondazione della città si diffonde rapidamente, e subito vi giungono ragazze in cerca di denaro, e quattro tagliaboschi reduci da sette inverni di duro lavoro in Alaska, con le tasche traboccanti di soldi… le prede ideali per Begbick e i suoi. Appena arrivati, si lasciano irretire da Begbick, che abbassa appositamente la lista delle tariffe. Con il passare del tempo però, uno di loro, Jim, comincia a mostrare intolleranza verso le pur morbidissime leggi di Mahagonny. Quando arriva la notizia che un violento uragano sta avanzando sulla città, la disperazione provocata da questo annuncio permette a Jim di sostenere la causa dell’anarchia totale: tutti gli abitanti di Mahagonny dovrebbero essere liberi abbandonarsi agli eccessi, soggetti a nessuna legge poichè neanche l’uragano ne ha. Miracolosamente, il ciclone risparmia la città, ma ormai Jim ha convinto tutti: al girdo di “PUOI FARLO!” Mahagonny si abbandona agli eccessi più sfrenati, completando la sua trasformazione in un piccolo paradiso di pura anarchia. La discesa verso la “nuova Babilonia” viene raccontata attraverso quattro fasi. Il cibo: uno dei tagliaboschi si ingozza fino alla morte. Il sesso: Begbick accompagna gli uomini dalle ragazze compiacenti. La violenza: un altro ragazzo viene ucciso in un incontro di boxe, mentre Jim, che aveva scommesso tutti i soldi sulla vittoria dell’amico, perde tutto. L’ultima è l’alcol: Jim offre da bere a tutti,e quando Begbick gli domanda il conto, davanti alle sue tasche vuote lo accusa della più grave delle colpe per i parametri vigenti a Mahagonny: ESSERE SENZA DENARO. Poichè nessuno è disposto a fargli credito, Jim viene arrestato. Il processo-farsa, presieduto da Begbick, lo vede imputato insieme a un certo Higgins (il Barabba brechtiano), omicida, il quale però si accorda con la giuria per comprare la propria innocenza. Così non sarà per Jim, la cui imputazione gli vale la pena capitale. La sua esecuzione rappresenta però anche la fine di Mahagonny: molti cercano un altro posto dove vivere, e la città, travolta da scioperi e tumulti, assume la forma di un vero inferno.
La grandezza dell’opera risiede nella sua capacità di descrivere l’intrinseca debolezza del mondo capitalista, basato su uno sfrenato consumismo che potrebbe facilmente degenerare in anarchia: i mali di Mahagonny erano per Brecht metafora di quelli delle città tedesche, dominate da schiere di avidi borghesi pronti ad accogliere a braccia aperte l’avvento di Hitler. Pur nella sua ambientazione puramente “made in Usa”, Mahagonny rappresenta tutto il mondo, assurge a simbolo della vita stessa, vista come lotta spietata, con il suo corredo di vincitori e vinti: Mahagonny esiste, perché il mondo è malato e non offre alcuna speranza a cui aggrapparsi. Alle sollecitazioni di critica sociale si affianca nella rappresentazione un certo spirito da cabaret, per cui è frequente il ricorso al cantato e al corale (su tutte Oh Moon of Alabama, resa famosa dai Doors). L’ambientazione è visionaria e allucinata (da cui la scenografia con le sedie pendenti dal soffitto), al di fuori di qualsiasi contesto riconoscibile, per rappresentare l’estrema solitudine dei personaggi. Anche questa scelta stilistica della Compagnia rientra nella concezione brechtiana del teatro: lo spettatore non deve immedesimarsi, ma mantenere un distacco critico. Canzoni, elementi parodistici, scene surreali, devono creare un effetto di straniamento, che permetta di riflettere su ciò che accade in scena. Attraverso una recitazione che al momento giusto sa essere sopra le righe, gli attori riescono ad attenersi a questo spirito, e alla regista Natoli va riconosciuto il merito di cogliere i lati più inconsapevoli e spesso meno citati dell’opera brechtiana, rimanendo contemporaneamente fedele all’intento del drammaturgo tedesco.

Recensione by Antonia Ori

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