Ago 262013
 

Lincoln, di Steven Spielberg, con Daniel Day Lewis, Sally Field, David Strathairn, James Spader, Joseph Gordon-Levitt, Tommy Lee Jones, Hall Hollbrook, John Hawkes, Jared. Usa, 2012, 150 minuti.

★★★★☆

Un affresco di storia l’ultimo film di Steven Spielberg, che rievoca in modo asciutto e rigoroso la figura di Abraham Lincoln, il più celebre presidente degli Stati Uniti, che ebbe il grande merito storico di porre fine alla guerra di secessione americana e di abolire la schiavitù.
Autore poliedrico, ha saputo quasi sempre coniugare fantasia ed impegno “liberal”, regalandoci, sia in veste di regista, che di produttore, numerose opere indimenticabili, dallo splendido esordio underground di Duel, perfettamente in linea, insieme al successivo, bellissimo, Sugarland Express, con l’emergente “New Hollywood”, sino alla ridefinizione del blockbuster hollywoodiano stesso, e dell’immaginario del cinema fantasy e di avventura, con Lo Squalo, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, I Predatori dell’Arca Perduta, E.T. L’Estraterrestre. Il regista ci ha regalato, però, anche grandi films di impegno civile, come Il Colore Viola sul razzismo, e lo straordinario Schindler’s List, dove viene descritta la Shoah, e rappresentata mirabilmente la solidarietà umana. Non mancano incursioni nella fantascienza più inquietante ed apocalittica, con A.I. Artificial Intelligence, dove egli riprende il progetto incompiuto di Kubrick e l’affascinante, tenebroso Minority Report.
La nuova opera, vibrante e drammatica, prende le mosse dalle immagini crudeli della Guerra di Secessione: il regista descrive brevemente una battaglia, tra sangue, polvere, urla, dove le parti non si distinguono per divise, ma perché con una delle due combattono anche i neri. Sul campo il Presidente riceve i più umili soldati, chiede notizie circa la loro salute, li incoraggia, ma senza retorica, in quanto, dentro di sé, considera la guerra una bestiale ed inutile carneficina.
Siamo poi in Parlamento, dove egli vuole far approvare il XIII emendamento, che libererà definitivamente i neri dalla schiavitù. Il film racconta le mille insidie, i duri contrasti tra le forze politiche, la forte contestazione rivolta al Presidente, considerato dai pacifisti un dittatore, dagli abolizionisti un traditore, in quanto troppo moderato, dagli antiabolizionisti un pericoloso sovversivo. Egli vorrebbe porre fine a quella tragica guerra, ma sa che, in tale eventualità, la schiavitù non verrebbe abolita, in quanto il XIII emendamento non avrebbe più spazio per venire approvato.
Deve quindi fare breccia tra i democratici e tra i repubblicani conservatori, ed ottenere, almeno da alcuni di loro il voto favorevole all’approvazione. Conferisce l’incarico, pertanto, ai suoi collaboratori più stretti, di procurarsi quei voti ad ogni costo, anche corrompendo qualcuno degli oppositori, per la finalità nobile della causa. Il fine giustifica i mezzi, egli si muove come un “Moderno Principe” uscito dalle pagine di Machiavelli. E si vede costretto, nel frattempo, a lenire la depressione della moglie (una inquieta, vibrante Sally Field), terrorizzata dall’intenzione espressa dal figlio patriota, che vorrebbe correre ad arruolarsi.
Il film si svolge quasi tutto in interni, alla Casa Bianca, nelle case dei senatori, nell’aula del Parlamento: Spielberg annulla volutamente ogni spettacolarità, dando forza all’eloquenza di Lincoln, alla sua capacità di persuadere, facendo della parola, che rimane lucidamente razionale anche nel brutale dibattito politico, e non delle armi, la vera forza rivoluzionaria, e costruendo, al contempo, un mirabile ed inquietante apologo sul potere. La sua lungimiranza, la sua idealità che arriva a prevedere con chiarezza le conseguenze epocali che l’approvazione dell’emendamento avrà nella storia dell’umanità, per coloro che non sono ancora nati, vengono rappresentate con appassionante evidenza.
Con un crescendo drammatico, la conta dei voti, alla fine, dà ragione al presidente rivoluzionario, e la schiavitù viene abolita, la Storia si compie. Inizia il percorso di liberazione dei neri che porterà, dopo aspre lotte sociali, dopo Martin Luther King, dopo Malcom X, all’elezione del Presidente Obama.
L’interpretazione di Daniel Day Lewis è leggendaria, giustamente premiata agli Oscar con la statuetta di miglior attore protagonista: nella totale identificazione nel personaggio, in un’opera in cui, per la prima volta in Spielberg, l’elemento visivo cede totalmente il passo alla parola, rifulge la straordinaria grandezza dell’attore. La forza del dialogo ci rimanda ai classici degli anni trenta, al Frank Capra di “Mr. Smith va a Washington”, più che al retorico “Alba di Gloria” di John Ford. Con parole ferme e pacate Abraham Lincoln dimostra la sua lungimiranza salvando un ragazzo sedicenne dall’impiccagione per diserzione, e nella sommessa e dolorosa visita al campo di battaglia di Petersburg, dopo la fine del conflitto, nel suo sguardo durante il successivo dolente dialogo con il generale Ulysses Grant, e nella sua disposizione di non perseguitare coloro che si sono arresi, è espresso il non detto della tragedia della guerra per l’umanità.
Con pochi elegiagi tratti viene descritta la pace di Appomatox, il silenzioso omaggio al generale sudista Lee, espresso semplicemente, dal generale Grant, con l’atto di togliersi il cappello: poco dopo, l’annuncio in un teatro di Washington della morte del presidente, a seguito di un attentato, segna lo svolgersi drammatico degli eventi della Storia e del Destino grande e tragico di una Nazione.

Recensione di Dark Rider

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