Giu 152015
 

Youth – La Giovinezza, di Paolo Sorrentino. con: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Madalina Ghenea. Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna 2015, durata 118 Min.

★★★★☆

youthIl direttore d’orchestra Fred Ballinger trascorre le vacanze sulle Alpi svizzere, in compagnia della figlia Lena e dell’amico regista Mick Boyle. L’iperattività di Boyle fa da contraltare all’apatia di Ballinger, che rifiuta rudemente e più volte le richieste di un emissario della regina d’Inghilterra di eseguire in concerto a Buckingham Palace le sue composizioni intitolate Canzoni Semplici, adducendo la motivazione che le stesse furono scritte unicamente per la voce della moglie del direttore stesso, il quale energicamente ripete che la donna, oramai da dieci anni << non le può più cantare >>. Le giornate trascorrono lente, tra saune e bagli termali contornati da rapporti interpersonali che in taluni casi divengono compiuti, come quello con l’attore Jimmy Tree, in crisi d’identità ed alla ricerca del personaggio perfetto per il suo prossimo film; ben altri legami vanno invece in frantumi, vedi il caso della figlia di Ballinger che viene piantata dal marito (che poi è il figlio di Boyle) e che dimostra di prediligere le acrobazie erotiche di una starlette della musica pop. Dopo la comparsa di un’abbacinante Miss Universo, l’arrivo della vecchia gloria cinematografica Brenda Morel sconvolge gli equilibri, con la propria dichiarazione dinanzi ad un atterrito Boyle di non partecipare più al nuovo film del regista (giudicato dalla stessa attrice scadente e superato), pregiudicandone così la produzione. Boyle non regge l’onda d’urto e si suicida, davanti agli occhi di un Ballinger che finalmente sembra scuotersi dal torpore che lo avviluppa. La nuova, attesissima opera di Paolo Sorrentino non delude, anzi afferma decisamente e con forza l’idea di cinema propria del regista premio Oscar della Grande Bellezza, con cui Youth mantiene un determinato filo conduttore, ma brillando di una luce propria che giova allo scorrimento del girato. Numerosi sono i punti di contatto con La Grande Bellezza, iniziando dalla fisionomia di Michael Caine che ricorda (anche se non caratterialmente) i tratti di Jep Gambardella, per proseguire poi con il sermone propinato da Lena a Ballinger, parente prossimo del celeberrimo monologo sulla “vocazione civile” apprezzato sempre nello stesso film. Anche in questo caso, la pellicola si apre con una festa, lasciando inalterato il personalissimo percorso di Sorrentino che prosegue nella propria sinestesia musicale accoppiando le meravigliose partiture di David Lang ai vagiti pop di Paloma Faith, un po’ come fatto in precedenza quando utilizzò il lirismo di Arvo Part al fianco della disco-dance della Carrà. Youth è indubbiamente un film meno criptico rispetto al precedente, che lascia di meno all’immaginazione cercando di far emergere in superficie i sentimenti delle persone, avvalendosi della straordinaria recitazione della coppia Caine/Harvey Keitel e descrivendo la parabola di un concerto che “non s’ha da fare” ma che si farà, contrapposto alla realizzazione di un film già pronto ma che seguirà il percorso inverso. Lento nell’incedere nella prima mezz’ora, La Giovinezza di Sorrentino narra con stile ed una certa ironia le idiosincrasie della vecchiaia, con il suo carico di rimpianti annesso ma senza perdere di vista i progetti futuri ben presenti anche in senilità, ovvero quella giovinezza che l’arte (musica e cinema) permette di coltivare anche con l’avanzare dell’età. Grazie alla plastica fotografia di Luca Bigazzi, Sorrentino avvolge morbidamente i corpi con la macchina da presa, li denuda, li indaga, prima di eliminare nello spettatore ogni dubbio, come accade nella rivelazione riguardante la sorte della moglie di Ballinger, con alla base un’idea di cinema che strizza ovviamente l’occhio a Fellini ma senza alcuna piaggeria, infarcita di momenti chiaramente evocativi dello stile del Maestro, quali la sequenza relativa al concerto delle mucche nella valle, o ancora nella levitazione del monaco buddhista, senza dimenticare la splendida scena all’interno del pascolo dove Boyle rivede oniricamente tutte le donne da lui dirette e lanciate all’interno delle proprie pellicole. Oltre alla già citata coppia Caine/Keitel, gli altri attori funzionano alla perfezione: Rachel Weisz si dimostra versatile nella parte della tormentata Lena, che sul finale familiarizzerà con uno stravagante alpinista dimenticando la delusione d’amore coniugale, mentre Paul Dano rende bene l’idea dell’attore alla perenne ricerca di sé stesso, tanto quanto la Brenda Morel di Jane Fonda disegna un amorale ritratto di star vetusta poco incline alla riconoscenza ed assai succube delle leggi dello show business. La statuaria bellezza della Miss Universo di Madalina Ghenea ed il pingue pseudo-Maradona (feticcio del tifoso napoletano Sorrentino) ospite anch’egli della pensione chiudono il cerchio su una galleria di personaggi azzeccati che si amalgamano a dovere. Inprescindibile la scena finale del concerto accorpata all’ultimissima inquadratura che chiude la pellicola, fusione di due momenti di altissima cinematografia che fanno di Youth un’opera che apre al futuro senza ignorare il passato seppur doloroso esso sia stato, scandagliando a fondo le coscienze dei propri protagonisti e resistendo alla tentazione di sprofondare nel “troppo conciliante”, una sorta di capitolo a sé stante ma in qualche modo integrativo del precedente La Grande Bellezza, indubbiamente un dittico del Sorrentino-pensiero che potrebbe (chissà!) trasformarsi in una sorta di trilogia per nulla commerciale ma estremamente analitica della contemporaneità e delle proprie sfaccettature psicologiche, espressa con stile incisivo al servizio di un talento narrativo fuori dal comune. E se qualche critico un po’ snob storcerà il naso, pazienza. A noi Sorrentino piace per questo.

Recensione di Fabrizio ’82

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