Ago 152021
 

Come ormai da una dozzina esatta di anni (la prima edizione di questa rubrica risale al 2009), la redazione di Slowcult vuole celebrare il Ferragosto con una serie di proposte di ascolto che a nostro avviso sono meritevoli di un’attenzione e un approccio consentiti dalla sosta di metà estate.
Buon ascolto e buon Ferragosto!
★★★★★
Andrea Carletti consiglia:
Aldous Harding – Designer (4AD, 2019)

Andrea - Aldous HardingCon i viaggi intercontinentali resi più difficili per i motivi noti a tutti ci sono comunque altri modi di esplorare luoghi sconosciuti e lontani: arriva dalla Nuova Zelanda Hannah Sian Topp, in arte Aldous Harding, ma a volte sembra sbarcata direttamente da un altro pianeta. “Designer” è il terzo album di un percorso iniziato con un disco omonimo di folk minimale, malinconico e sognante, ma ancora grezzo e forse poco a fuoco. È però dal secondo album che ci si cala in una storia decisamente nuova: con la produzione di John Parish (da oltre 25 anni braccio destro di PJ Harvey, tra le altre cose) e sotto l’ala della gloriosa 4AD, casa di molto del migliore post punk inglese nei primi Ottanta e da allora sempre fucina di artisti interessanti e unici, la neozelandese ora di stanza a Cardiff pubblica prima “Party” (nel 2017) e quindi questo “Designer”, definendo un universo musicale personalissimo e sfuggente.

Se “Party” era sostanzialmente un discorso a due, essendo suonato integralmente dalla Harding e da Parish (con la sola aggiunta dei fiati del “nostro” Enrico Gabrielli) in “Designer” l’ensemble si allarga ad una vera e propria band, senza comunque appesantire il risultato finale. La musica sembra alla continua ricerca di un equilibrio tra una incantevole spensieratezza che nasconde qualcosa di sinistro e inquietante, e una raffinata malinconia decadente e surreale. L’apparente innocenza dei brani, fatti di armonie semplici e arrangiamenti delicati e curatissimi a supporto di splendide melodie, nasconde un caleidoscopio di sensazioni perfettamente incarnato dalla peculiare espressività vocale di Aldous, che senza strafare in virtuosismi è capace di muoversi tra sottile delicatezza e tonalità oscure, scomodando paragoni enormi che vanno da Kate Bush a Scott Walker.

Ma sono la qualità superlativa della scrittura e la coerente varietà dell’immaginario a portare il disco ad un livello superiore, con un ulteriore cambio di passo anche rispetto a “Party”, la cui ambientazione vagamente gotica era uniformemente più cupa ed estrema. Qui invece l’atmosfera giocosa e stralunata ma elegantissima di “Designer” e “The Barrel” fa da contraltare all’incedere sornione della traccia di apertura “Fixture Picture” e di “Zoo Eyes” e alle loro melodie di cristallina bellezza. Si può essere coccolati dalla morbida “Weight of the Planets” e da quel gioiello di fragile perfezione che è “Treasure”, ma anche essere trascinati nel mesto abisso di “Heaven Is Empty” e di “Damn” (in cui è difficile non pensare alla voce dell’eterna Nico), mentre “Pilot” chiude il disco lasciando un senso di misteriosa sospensione.

Nell’ampio e variegato spettro di tonalità del cantautorato contemporaneo, e in particolare di quello al femminile, la criptica figura di Aldous Harding si è ormai ritagliata un ruolo di primissimo piano, e in attesa di un nuovo album che dovrebbe essere imminente, ancora su 4AD e ancora con John Parish, si può riempire il tempo sospeso di questa estate esplorando nei dettagli il mondo multiforme dell’opera di questa straordinaria “Designer”.

Dark Rider consiglia:

Empyrium:  Uber Den Sternen (Prophecy, 2021)

 

Che Black Metal e Neofolk fossero vasi comunicanti, era ampiamente noto; basti pensare a Myrkur, che da sonorita’ fortemente cupe è recentemente approdata con “Folkesange” verso lidi eterei caratterIMG-20210808-WA0005izzati da  atmosfere “folk” di grande nitore e purezza espressiva, o, ancora al gruppo britannico Winterfyllet, autore di un black metal sinfonico ed arcaico, il cui leader guitarist/vocalist Dan Capp è approdato al soffuso lirismo di Wolcensmen, vera band di “Mythological Dark Folk” primitivo e sognante.

In questa matrice espressiva si colloca lo storico progetto del duo tedesco Empyrium , che ritorna, dopo anni, con un album suggestivo e profondo, “Uber Den Stennen”.

Ulf Theodor Schwadorf (Markus Stock) e Thomas Helm sono i fondatori di questo straordinario gruppo bavarese, che, partendo da sonorità “Black/Doom Metal“ (l’album Wintersunset del 1996) approderà progressivamente verso un neofolk  oscuro e fascinoso, i cui momenti cardine saranno “Where At Night The Wood Grouse Piays” e “Weiland”, ma che prescindono, di tanto in tanto, dal dato acustico rivelando il background originario.

E questo splendido “Uber  den Sternen”, in cui il duo è coadiuvato da Nadine Stock (flauto),  Robina Hug (violoncello) e Furzy Tessier  (violino, viola)  rappresenta, in parte, un ritorno alle origini, quasi la chiusura di un cerchio, una qualche forma di sintesi tra due epoche creative.

Si tratta di opera emozionante, impregnata di Romanticismo Tedesco ed amore per la natura, di rievocazione del Mito,  tematiche precipue del percorso artistico della band bavarese, per la quale la dolente malinconia assurge a dimensione poetica della vita.

Una forte vocazione introspettiva, che si esprime in composizioni di notevole lunghezza, di intenso lirismo, con la voce baritonale, struggente di Thomas Helm, che esprime teatralità profonda e quella di Schwadorf che ha momenti di “growl”.

“The Three Flames Sapphire “ il lungo brano introduttivo, è la sintesi perfetta tra il “Metal” degli inizi e il “Neofolk” del prosieguo: atmosfere folk con una spiccata vena percussiva, una acustica sorprendente, quasi magica, una voce baritonale potente ed evocativa, chitarrismi “shoegaze” di arcana bellezza, affiancata da violoncello, flauto e tamburi, uno screaming nell’ultima parte; inizialmente il brano sembrerebbe iscriversi a quella corrente “nordic pagan folk”, oggi molto nota, in quanto portata al successo dai celebri Wardruna, ma poi vira decisamente verso un deciso e profondo “black metal”. In esso viene narrato  una storia della brughiera  divenuta mito, la maledizione di tre giovani donne costrette a vivere come tre fuochi fatui.

Altro brano di grande intensità è rappresentato dalla titletrack: parte come “ Symphonic  Black Metal”, con synth in piena evidenza, ma poi tutto si stempera in una melodia che rapisce, caratterizzata da una chitarra acustica dai toni onirici e malinconici. “A Lucid Tower Beckons On The Hills Afar” è forse il brano più aggressivo di tutto l’album, ma ben presto l’impeto si stempera nel suono di un dulcimer, che introduce una delicata melodia crepuscolare.

Ci sono echi dei Dead Can Dance, e persino un afflato “progressivo” nelle stupende liriche di questo album, in cui anche i momenti più energici risultano caratterizzati da profonda malinconica ed eterea bellezza.

Un’opera originalissima, modernissima e primordiale, di grande ricchezza strumentale e compositiva, caratterizzata anche da minimalismo, enorme forza evocativa, dove torna il mito della tradizione germanica, attraverso un viaggio senza tempo di arcano, sconfinato splendore, destinato a concludersi  “Sopra le Stelle”.

 

Fabrizio Fontanelli consiglia:

Counting Crows – August and Everything After (Geffen Records, 1993))

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Sono appena tornati con nuova bellissima musica, e voglio celebrare il loro primo disco “August and Everything After” qua in versione deluxe!
Auspicando un ritorno di un rock cosi ispirato e pieno di suggestioni e richiami nobili.
Ladies and Gentlemen: Counting Crows

 

 

Fabrizio Forno consiglia:

Kandace Springs – The Women Who Raised Me (Blue Note Records, 2020)
20210809_112303Irresistibile, affascinante, sensuale, dolce, magnetica: ecco Kandace Springs da Nashville, Tennessee. Ma non vi inganni l’origine, qui il country non c’entra nulla, qui siamo in pieno soul venato di jazz. Mani di velluto sia sul piano acustico che sul Rhodes, una voce al miele che fa subito centro, la mia attuale beniamina, 32 anni, ha già consolidato una carriera di tutto rispetto; a riprova di ciò, andatevi a ripescare le sessions registrate con quel vecchio volpone di David Sanborn, mica robetta da poco. Come si evince dal titolo, quest’album Kandace lo dedica alle sue fonti di ispirazione, alle sue muse, ai fari della sua navigazione musicale: Ella Fitzgerald, Roberta Flack, Astrud Gilberto, Lauryn Hill, Billie Holiday, Diana Krall, Carmen McRae, Bonnie Raitt, Sade, Nina Simone, e Dusty Springfield. L’album, il suo secondo dopo il debutto del 2016, esprime tutta la riconoscenza e l’amore che nutre per queste grandi artiste, non solo per la loro musica ma per l’esempio offerto dalle loro vite. C’è anche un duetto con la “sorella maggiore” Norah Jones a rendere il piatto ancora più gustoso. L’etichetta Blue Note è un ulteriore garanzia di qualità: di gran lunga il mio disco per l’estate 2021, ma sicuramente pure per le stagioni a venire.
Federico consiglia:

Ashra – New Age Of Earth (Virgin, 1976)

FEDE 2021Il caldo afoso continua implacabile a investirci senza tregua, trovare correnti e brezze rinfrescanti nell’aria circostante è un compito assai arduo, per non dire impossibile; meglio allora farle fuoriuscire direttamente dai nostri stereo. Tanti sono infatti i venti che possiamo trovare all’interno delle nostre collezioni: da quelli “naturali” che aprono Quadrophenia degli Who e Aphostophe (‘) di Frank Zappa, fino a quelli “elettronici-sintetici-inconsci”, come l’effetto della scala Shepard che chiude Echoes dei Pink Floyd o i flanger gelidi della chitarra di Robert Smith dei The Cure di A Forest. Ma esistono anche altri venti ricavati dagli strumenti elettronici che assumono una natura diversa, avvolgente, calda, penetrante. Come descrivere diversamente la sensazione che provoca nell’ascoltatore il synth che introduce Ocean of Tenderness, seconda traccia dell’album New Age of Earth, primo album di Manuel Göttsching firmato con il moniker Ashra? Per 12 minuti e mezzo su un synth fluttuante e ondeggiante si libra sempre più in alto una melodia libera e celestiale, circondata da eterei accordi di chitarra in odore di 4AD (ma in netto anticipo), terminando con un fraseggio che sembra uscire direttamente dalle Tubular Bells di Mike Oldfield.

Classe 1952, già a soli 24 anni Göttsching è tra i massimi esponenti del kraut-rock (o, per meglio dire, della kosmische musik), essendo stato membro fondatore insieme a Klaus Schulze (poi nei Tangerine Dream) degli Ash Ra Tempel e dei The Cosmic Jokers, per approdare quindi a una carriera solista che ha preso il più delle volte il nome Ashra. Questo album di debutto sembra essere il perfetto punto di congiunzione tra l’audace sperimentalismo dell’amico Schulze e l’orecchiabilità (sempre eccessiva) di Jean-Michel Jarre, ispirato certamente dai lavori di Reich, Glass e Riley, ma riletti in una chiave che sembra proseguire in parallelo ( o in alcuni casi addirittura anticipare, vedere l’espressione New Age del titolo mai usata prima di allora) i linguaggi di personalità quali Brian Eno o i primi kraftwerk.

Dal pulsare in crescendo della batteria elettronica e degli arpeggi della straordinaria opener Sunrain (elementi adottati anche nella terza traccia Deep Distance che chiude la prima facciata), fino al lato B occupato interamente da Nightdust (l’episodio più scuro e drammatico, assai vicino ai Tangerine Dream), Manuel Göttsching si destreggia tra ARP Odyssey e pochissimi altri sintetizzatori, imbracciando la sua fida Gibson SG Guitar solo in rare occasioni, dipingendo un mondo sonoro contemplativo e meditativo capace di connettersi e di penetrare nel profondo dell’ascoltatore, come pochi altri prima (e dopo) di lui. Quasi come un corrispettivo sonoro di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. E se l’unione tra le due opere può apparire eccessiva, uno sguardo alla copertina dell’album fugherà ogni dubbio in men che non si dica.

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