Lug 172011
 

Roma, Circolo degli Artisti, 6 luglio 2011

★★★★☆

Ecco l’amico un po’ introverso, quello bruttino ma tanto simpatico, al quale rivolgersi sempre quando le cose non vanno tanto bene e si cerca una spalla sulla quale appoggiarsi ed al quale chiedere conforto. Ecco quello sempre un po’ sulle sue, quasi sempre chiuso a riccio ed apparentemente inaccessibile, al quale però basta un nostro cenno d’intesa per aprirsi ad un sorriso disarmante e contagioso. Colui che riesce con la sua presenza a dare sollievo anche alla giornata più pesante e negativa, restituendoci fiducia e voglia di ripartire nonstante tutto. L’avevamo nel recente messo in disparte, non proprio accantonato, di certo un po’ trascurato, ma lui, una volta presentatasi l’occasione di incontrarci di nuovo non ci ha fatto pesare i lunghi mesi di distacco e di separazione, trovando anzi nuove parole e nuove occasioni per consolidare il rapporto e manifestarci la sua vicinanza. Eccolo quindi pronto a mostrarci dal suo smartphone con strabordante amore paterno le foto e gli sms della figlia lasciata a casa a malincuore.
Non sembra, ma stiamo parlando di musica, anche se riferirsi in questo caso ad un semplice concerto rappresenta una limitazione, un volere ridurre questo spazio ad un mero resoconto di un’altra bella serata trascorsa al Circolo.
Il fatto è che probabilmente non sono la persona più adatta ed obiettiva per raccontare questo giovedì di fuoco, questa torrida nottata in cui l’aria condizionata non basta, non bastano rinfrescanti bevande nè ventilatori, perchè il calore non viene dall’esterno, ma dall’interno, dal profondo del cuore di chi sta sopra e sotto il palco.
Cercherò pertanto di non ricordare continuamente quanto salvifici siano stati i primi ascolti di ‘The hour of the bewilderbeast’, col quale iniziò il discorso agli albori del 21° secolo. Un album letteralmente consumato dal primo all’ultimo solco, visto che era da anni che non mi capitava tra le mani un esordio così folgorante per quello che concerne il songwriting più puro ed indelebile. Poche altre volte mi è capitato di imbattermi in un artista che ho veramente sentito vicino, soprattutto dopo la pubblicazione della colonna sonora di ‘About a Boy’, il film tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby (anche lui fondamentale nella mia educazione e formazione culturale). Ed è proprio con il brano principale di quell’album che ha avuto inizio il concerto: imbracciando la sua Gibson acustica, con l’immancabile zuccotto di lana calato sugli occhi nonostante la calura di questo luglio africano. The Shining ci porta all’emozione del primo ascolto, You were Right viene aggiornata rendendo omaggio a Clarence Clemons, il sassofonista del Boss recentemente scomparso. L’amore del ragazzo disegnato male per Bruce viene esplicitato nell’introduzione del brano Born in the UK che diede il titolo al suo penultimo album con chiari riferimenti al quasi omonimo album di Springsteen e tale amore riaffiorerà alla fine del concerto, quando verrà proposta un’indimenticabile cover di Thunder Road. A proposito di cover ed omaggi, non so quante volte ricapiterà di sentire 4 o 5 volte consecutivamente lo stesso brano ed ogni volta il pubblico entusiasta a cantare in coro strofa e ritornello: è ciò che è avvenuto stasera quando ridendo sotto i baffi Damon ha trascorso una dozzina di minuti cantando Please, Please, Please, Let Me Get What I Want degli Smiths, suscitando entusiasmo, ilarità e complicità ogni volta che il brano ricominciava. Solo un pazzo o un genio avrebbe potuto avere un’idea del genere ed io ovviamente protendo per la seconda ipotesi. I brani vecchi e nuovi si susseguono senza risentire dello scarno arrangiamento con cui vengono proposti stasera e vengono spesso arricchiti da continui inserti d’autore e citazioni di artisti degni di nota: Lotus Eaters, Stone Roses, Madonna ed un omaggio al musical Hair si intrecciano armoniosamente col resto della scaletta, che nel finale vede il nostro eroe sedersi al piano elettrico, proponendo la suggestione di Magic in The Air, che mostra tutta la capacità compositiva e melodica di questo grande artista, racchiusa nei suoi tre minuti e mezzo di durata. Il tempo di riproporre la meravigliosa Silent Sigh sempre da About a Boy per poi tornare alla chitarra e proporre ancora il tormentone degli Smiths (!) e si arriva alla fine con la languida Pissin’ in the Wind: due ore e mezzo di musica sono volate, nonostante il caldo e la mancanza d’aria. Il ragazzo ringrazia promettendo di vincere la sua proverbiale pigrizia e riluttanza agli spostamenti e di voler presto riabbracciarci tutti.
Bentornato Damon, grazie di esistere; non far passare troppo tempo prima di tornare a trovarci e la prossima volta fà che sia con tutta la band: quella sì che sarà una notte a cinque stelle.
PS: per la cronaca, il concerto è stato preceduto dal live set della punk band dei Cold in Berlin, che hanno proposto un breve ma intenso estratto del loro album d’esordio, carico di energia ed onesta riproposizione dello spirito di fine anni settanta di Siouxie e PIL, artisti da cui i giovanissimi inglesi chiaramente traggono ispirazione.

Recensione e foto di Fabrizio

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