Ott 312010
 

Hallogallo: Michael Rother & friends present the music of NEU!
Roma, Circolo degli Artisti, 27 ottobre 2010

★★★★★

Ascolti i NEU! e ti vedi passare davanti molta della migliore musica degli ultimi trent’anni: il gruppo tedesco, a dispetto di un successo commerciale trascurabile (è sempre così…), è stato ed è un’influenza fondamentale per una miriade di artisti e band, stregati dai tre splendidi album rilasciati fra il 1971 e il ’75. Un’influenza che trascende qualsiasi divisione di genere: si va da David Bowie ai Pere Ubu, dai Joy Division a Brian Eno, dai Radiohead ai Tortoise, dai Porcupine Tree ai Sonic Youth, fino alla musica elettronica (ad esempio gli Autechre).
I NEU! si formano a Düsseldorf nel 1971 ad opera di Michael Rother e Klaus Dinger, che avevano appena lasciato i Kraftwerk dopo aver partecipato al loro primo omonimo album: con la collaborazione del grande produttore Konrad “Conny” Plank i NEU! in pochi anni e in soli tre dischi contribuiscono in modo determinante a stabilire le coordinate di quell’incredibile esplosione di creatività tedesca che è passata alla storia con il nome di krautrock (denominazione assolutamente generica che raccoglie un’infinità di stili accomunati semplicemente dalla provenienza geografica), accanto a gruppi come i Can (guidati da due allievi di Stockhausen), i Faust, gli Amon Düül II o gli stessi Kraftwerk (quelli della prima metà dei ’70). Poi i dissapori, lo scioglimento della band, e i due proseguono su strade separate fino alla morte di Dinger nel 2008.
Nel 2010 Michael Rother, dopo aver curato la realizzazione di un vinyl box set contenente i tre album degli anni ’70 più vario materiale inedito (tra cui un intero album risalente a un tentativo abortito di reunion del 1986), mette insieme una band per riproporre e celebrare la musica dei NEU!, la sua discografia solista e quella degli Harmonia, un progetto parallelo che Rother formò con Hans-Joachim Roedelius e Dieter Möbius dei Cluster, e che successivamente vide la partecipazione anche di Brian Eno. E non è una band di comprimari: a imbracciare il basso c’è Aaron Mullan dei Tall Firs di New York e alla batteria nientemeno che Steve Shelley dei Sonic Youth, e la scelta non avrebbe potuto essere più felice. Come felice è la scelta del gruppo spalla, i padovani Mamuthones, progetto solista di Alessio Gastaldello dei Jennifer Gentle, assolutamente in linea con la vena sperimentale e kraut della serata: batteria e tastiera ripetitive, chitarra e synth rumorosi e disturbati, con un gran suono complessivo e un perfetto controllo delle dinamiche. Da tenere d’occhio.
Quando però salgono sul palco Rother, Mullan e Shelley la sensazione di trovarsi davanti all’incarnazione di una leggenda riempie la sala. Il sessantenne tedesco con la sua chitarra è quasi nascosto da un enorme tavolo su cui ha sistemato un laptop, un mixer e vari altri aggeggi elettronici. Il concerto non può che iniziare con Hallogallo, una perfetta sintesi dell’opera di Rother e Dinger, che apriva il primo album: 10 minuti ininterrotti di basso in Mi e di “motorik”, il beat in 4/4 tipicamente kraut utilizzato soprattutto da NEU! e Kraftwerk, su cui Rother tesse la sua complessa trama di suoni cosmici, sovrapponendo strati su strati di chitarra e dando inizio alla trance collettiva. Un viaggio puro. Rispetto alle versioni originali i suoni di Rother sono un po’ più aggressivi e distorti, ma comunque fedeli, e la sezione ritmica è più potente (Steve Shelley picchia forte!): questi fattori contribuiscono a ingrandire e rinforzare la palla di suono psichedelica che avvolge gli ascoltatori ipnotizzandoli e sollevandoli da terra. Encomiabili la bravura e la pazienza dell’impassibile Aaron Mullan, che deve suonare pochissime note ma con il suono giusto, e soprattuto regolandone attentamente i piano e i forte. Anche Steve Shelley è perfettamente calato nel suo ruolo: preciso come una macchina, ma allo stesso tempo personale nello stile, fa poche rullate tutte uguali e per il resto asseconda alla grande le dinamiche dei brani. Michael Rother è impassibile, concentrato e non cambia mai espressione, facendo parlare al suo posto il magma di suoni che produce, ma lasciandosi ogni tanto prendere dal ritmo e abbandonandosi ad una sorta di timida e abbozzata danza.
È difficile spiegare come una musica strumentale, sulla carta così semplice, tremendamente ripetitiva e senza particolari strutture o variazioni armoniche possa risultare così valida, così profonda, così piena di cose da dire, così coinvolgente. È pura sperimentazione compositiva, destrutturazione totale della forma canzone; è rock, ma non ha alcun legame con il filone principale della storia del rock americano, perché rinuncia del tutto alle radici blues, e più che da un’altra nazione è una musica che sembra davvero provenire da un altro pianeta, preferendo pescare dall’avanguardia elettronica o dal free jazz. Del rock mantiene di certo la strumentazione classica di basso, chitarra, tastiere e batteria (questo non vale per tutti i gruppi krautrock: basta pensare alla kosmische musik dei Tangerine Dream basata molto più pesantemente sui sintetizzatori e sull’elettronica) e l’attitudine psichedelica, nel senso letterale di esplorazione della coscienza, ma attraverso una filosofia ancora una volta diversa rispetto a quella americana, dove la psichedelia è associata agli stati mentali alterati dagli allucinogeni. Qui invece la psichedelia è scoperta della mente tramite una proiezione verso l’universo, un viaggio mentale mediato dall’illusione di movimento data dalla musica.
I brani successivi, alla fine in totale saranno otto, si snodano per poco più di un’ora lungo lo stesso filo conduttore, muovendosi fra i dischi solisti di Rother (la serena “Sielberstreif”, da “Fernwärme” del 1982 e la più recente “Aroma Club B3”, da “Remember (The Great Adventure)” del 2004) e quelli degli Harmonia (“Dino” e “Veterano” da “Musik Von Harmonia” del 1974), e interrompendosi solo per un breve saluto al pubblico e una veloce presentazione dei “friends” Shelley e Mullan. “Neutronics 98” è un tributo del chitarrista tedesco allo scomparso Conny Plank, ma l’apice assoluto, forse al pari di “Dino” e “Hallogallo”, è la stupenda melodia accompagnata dai crescendo dei piatti di “Deluxe (Immer Wieder)”, opening track di “Deluxe”, secondo disco degli Harmonia, del 1975. Non è da meno il bis, “Negativland”, ancora estratta dal primo album dei NEU!, di sicuro il pezzo più rock della scaletta, rabbiosa, ossessiva, eccitante quando si ferma di colpo per poi ripartire a velocità accelerata fino alla nuova pausa e al ritorno al tempo iniziale.
Chi ha visto Michael Rother, Aaron Mullan e Steve Shelley suonare questa musica, soprattutto la musica dei NEU! per la prima volta in 35 anni, sa di aver colto un’occasione storica, non vorremmo dire irripetibile, di certo rara. È stata una lezione di storia e di filosofia della musica, una celebrazione, in un epoca di canzoni effimere e senza contesto, della sperimentazione e del non banale, di una musica che vuole elevare il rock ad un rango paragonabile a quello della musica colta. Ma l’importanza storica o le ambizioni intellettuali contano poco senza il valore intrinseco: è stato semplicemente bellissimo.

Live report di Andrea Carletti
Foto di Jason Persse, Incubate Festival e feiticeira_org in Creative Commons.

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