Dic 212009
 

Roma, Circolo degli Artisti, 30 Novembre 2009

★★★★☆

Si gridava al capolavoro non molti anni or mùm-39 [800x600]sono, per l’originalità di questi ragazzetti del Nord, che con il loro 'Finally We Are No One' (Fat Cat Records, 2002) avevano conquistato un’immensa audience d’amanti d’elettronica. La loro ‘ingenuità’, il modo ispirato di far musica, la surrealtà strabordante, erano tutte componenti chiave di atmosfere eteree e intense. I tentavi di superare se stessi, nel 2004 e nel 2007 (con la pubblicazione di ‘Summer Make Good’ e ‘Go Go Smear The Poison Ivy’), non avevano tuttavia portato ad un risultato definitivo: sonorità piacevoli, certo, ma che comunque nulla aggiungevano al lavoro precedente. Tornano adesso i Mùm, a dodici anni di distanza dalla loro formazione, con il nuovo ‘Sing Along To Song You Don’t Know’ (Fat Cat Records, 2009), spassionatamente votato ad una certa folktronica d’autore, dai ritmi a tratti serrati, comunque mai noiosi, spunti sempre nuovi ed intriganti. Così li accoglie al Circolo degli Artisti un caloroso pubblico, che non poteva render migliore omaggio –per iniziare- di un gratificante sold out. Il palco si riempie di strumenti e musicisti, tutti alquanto seri e concentrati, quasi austeri. Lo spettacolo ha inizio, tra mille cavi ingarbugliamùm-2 [800x600]ti sulla pedana, attorcigliati tra una chitarra ed un basso, ai piedi del chitarrista e della cantante. La serietà svanisce, rimane una forte sintonia, sguardi d’intesa, armonia perfetta. Gunnar Örn Tynes e Örvar Þóreyjarson Smárason rappresentano lo zoccolo duro della band originaria, trasformatasi poi nel corso del tempo per l’alternarsi di nuove presenze, che hanno dato al gruppo quasi sembianze d’un collettivo. Ipnotiche sul palco le movenze della cantante, Silla, e della violinista Hildur. La scaletta abbonda di brani tratti dall’ultima fatica, che un poco si lascia alle spalle quell’elettronica minimale, effetto giocattolo, che li aveva resi famosi. Questi nuovi pezzi, infatti, si colorano di pop, di coretti in refrain, passando per ben architettate atmosfere folk. Un ruolo essenziale è giocato dagli archi, dalle parti di tromba, che splendidamente si amalgamano alla clavietta di Orvar. Ma non ci sono risparmiati comunque brani un poco più datati ed elettronici, come ‘Dancing Behind My Eyelids’ o ‘Marmelade Fires’. Si avverte in fondo un’atmosfera fatata. Gli strumenti più improbabili vengono imbracciati a turno da un po’ tutti questi buffi personaggi, che –vuoi per la provenienza, Islanda- qualcosa hanno di elfico e magico. E così la serata si conclude, tra lunghi e grati applausi del pubblico e la carica intensa dei nostri sette, le cui forze a fine concerto sembrano potenziate anziché esaurite. Si va a casa con un pensiero: bentornati Mùm.

Recensione e foto di Rosa Paolicelli

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