Lug 032011
 

Roma, Villa Ada, 29 giugno 2011

★★★☆☆

Doveva essere una delle perle musicali dell’estate romana e le premesse c’erano davvero tutte: ad anni di distanza dalla conclusione della loro storica collaborazione dei primi anni novanta, ecco nuovamente sullo stesso palco gli alfieri della british asian club culture assieme alla loro cantante dei primi album, pronti a travolgere il pubblico col il loro meltin’ pot fatto di trip-hop speziato d’oriente, bellydance, struggenti melodie dal deserto, tabla-beat e ritmi jungle miscelati sapientemente ed in modo inconfondibilmente coinvolgente. Alla resa dei conti si è invece trattato di una minestrina riscaldata che non ha del tutto soddisfatto i palati della platea di villa Ada, abituato a ben altre pietanze (da Talvin Singh a Ustad Fateh Ali Khan) provenienti da analoghi ricettari. I percorsi musicali intrapresi dopo la separazione hanno evidentemente creato una sorta di attuale incompatibilità di generi, una forzatura ed uno snaturamento dello spirito che aveva portato l’artista anglo-egiziana ad affiancare il collettivo londinese ad inizi anni novanta, quando nei club della capitale britannica esplodeva il fenomeno dell’Asian Underground che aveva nel già citato Talvin Singh ed in Nitin Sawhney i principali esponenti musicali. Troppo distanti tra loro i ritmi urbani venati di techno dei TGU dalle melodie struggenti e le citazioni sofisticate di Natacha: il collage non ha dato il risultato sperato e quando le cose hanno funzionato (nella travolgente ed ipnotica Eye of the duck, che ha spinto il pubblico ad alzarsi dalle sedie tra i tavolini e precipitarsi sotto il palco a ballare) ci è sembrato più il frutto della classe innata degli artisti sul palco che il risultato di un’alchimia ritrovata. C’è da dire che Natacha ha comunque incantato con un paio di zampate da leonessa davvero ben assestate che hanno graffiato il cuore dei presenti: anche se non nella loro versione migliore, la cover di I put a spell on you e di Mon Amie la Rose hanno colpito nel segno ed hanno dato un senso alla serata. A proposito di cover, peccato non aver potuto ascoltare A Man’s World, la cui rilettura nello splendido Somethin’ Dangerous, album dell’ormai lontano 2003 resta uno dei migliori esempi di soul mediorientale. Natacha sa come catturare l’attenzione ed oltre alle indubbie doti canore mette in gioco la sua abilità nella danza, con poche, lineari movenze feline ed un sapiente gioco di veli degno della migliore tradizione egiziana. La delusione maggiore è quindi da imputare ai Transglobal Underground, in formazione rimaneggiata (quanto si è sentita la mancanza del basso elettrico e, soprattutto, del sitar!!) con arrangiamenti caratterizzati da un eccessivo uso di basi preregistrate, alcuni brani alquato insipidi (la loro versione di Don’t stop ‘til you get enough da Michael Jackson e la title track del nuovo album Stone Turntable) e più in generale l’impressione di aver esaurito la carica energetica e dirompente di primi lavori. Chi sperava quindi di riassaporare l’ambient dub impreziosito dalla voce unica di Natacha, quello di Templehead tanto per intenderci, di lasciarsi cullare dalla nenia d’oriente di Adam’s Lullaby (altro grosso pezzo mancante della serata), sarà restato deluso; resta comunque positivo il giudizo per uno show comunque valido anche se non particolarmente coinvolgente.

Recensione e foto di Fabrizio

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