Jan 212010
 

Questa non è la recensione di un disco. È semplicemente un punto di vista, una divagazione forse, una passeggiata del pensiero delineata dalla voglia di fare il punto della situazione e di sfatare un po’ di luoghi comuni su una band che ha dato una direzione musicale alla scorsa decade: gli Strokes.
Quello che si è appena concluso è stato infatti un decennio che ha visto da una parte resistere band provenienti dai ’90 (se non dagli ’80), le quali in alcuni casi hanno mostrato di avere ancora molto da dire (vedi Radiohead, Pearl Jam, Tool, At The Drive In-Mars Volta, Pj Harvey, Sonic Youth e Queens of the stone age, intesi come prosecuzione dei Kyuss), in altri di avere solo bisogno di rimpinguare le loro tasche (vedi U2, Green Day e le altre reunion di questi anni). Dall’altra parte questo decennio ha visto la nascita di una marea di band molto spesso destinate a durare un paio di dischi e che potremmo far rientrare nel filone dell’indie rock (ne elenco solo alcune, perché sono veramente tantissime: The Strokes, Kings of Leon, White Stripes, Libertines, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, Bloc Party,Yeah Yeah Yeahs, Interpol, Klaxons,Editors,MGMT, Arcade Fire, Babyshambles, Killers, White Lies, Maxïmo Park, The Bravery, The Wombats, We are Scientists, Blood Red Shoes, The Hives, Mando Diao, The Horrors, Fratellis, ecchipiunehapiunemetta). Ebbene questo filone lo hanno iniziato gli Strokes: sono stati i primi a suonare un genere, che poi si è evoluto in tante forme diverse, nelle quali è però facile individuare un’evidente piattaforma comune. Molti affermano che gli Strokes hanno semplicemente ripreso generi del passato e li hanno riattualizzati, un’operazione spesso riuscita a molti. Ma sarebbe un errore limitare la musica degli Strokes a una semplice e furba operazione commerciale. Al contrario, la band newyorkese ha proseguito un percorso, che sembrava essersi interrotto con gli anni ‘90. Un percorso, nel quale gli Strokes hanno fuso concetti semplici, ma incredibilmente centrati: la brevitas (canzoni da massimo 3 minuti), melodie intense, ritmiche veloci punk, chitarre graffianti che incrociano armonie irresistibili, un impatto sonoro potente e coeso, una fusione perfetta del sound americano con quello inglese e per questo tipicamente newyorkese. E chi dirà “tutta roba già fatta, già vecchia negli ’80” provi a mettere su “Marquee moon”, dopo aver sentito “Is this it?” o “Room on fire” : troverà sì una forte parentela, ma si accorgerà anche delle grandi differenze di un sound che si è vissuto addosso tutti gli anni ’90, e ne ha fatto tesoro. Ebbene sì, l’anello di congiunzione tra i Velvet Underground, il punk, la new wave e gli Strokes sono stati proprio gli anni ’90, quegli anni della II Rivoluzione che sembravano aver rimesso tutto in discussione. Mentre con l’arrivo dei Nirvana il mainstream ci dipingeva scenari da apocalisse del rock, nel sottosuono metropolitano proseguiva la costruzione del Tempio del Rock,un mattoncino alla volta, e per questo chi non si è bevuto la storiella di MTV non farà troppa fatica ad individuare questa trama di cui parlavamo che va dai Sonic Youth agli Strokes e a capire come gli elementi che caratterizzano la musica degli Strokes abbiano ripreso tantissimo dagli anni ’90.
Quando nel 2001 uscì “Is this it?”, trovai una risposta a quello che stavo cercando musicalmente. Mi sembrava finalmente che qualcuno fosse riuscito a fondere in canzoni da 2 minuti e mezzo 40 anni di storia della musica, dai Beatles ai Clash, dai Television ai Pixies, dai Modern Lovers ai Pavement, in canzoni sfacciate e strafottenti, colonna sonora ideale della nostra “modern age”. Devo dire di aver consumato i primi 2 dischi degli Strokes fino all’inverosimile. Riescono ancora a girare nel lettore solo grazie alla maniacale cura con cui sono stati trattati.
Dal punto di vista simbolico gli Strokes hanno riportato alla ribalta l’eterno fascino del rock’n’roll. Quel fascino stereotipato che non si vedeva dagli anni ’70. Belle facce, un look vintage irresistibile, tagli spettinati e quell’aria scocciata di chi porta addosso la triade maledetta del “sex, drugs and rock’n’roll”. Ma gli Strokes non sono assolutamente solo questo, al contrario di band venute in seguito che hanno avuto successo solo perché circondate dalle modelle del momento, o perché descritte come le più trasgressive, le più cool, capaci di andare oltre qualunque limite. No. Gli Strokes non sono questo, nonostante il grande malinteso nato dal fatto che, oltre ad essere molto bravi, fossero perfetti per le copertine di qualunque rivista di moda per teenagers. Per loro la musica ha sempre contato più di tutto e lo si capisce dall’enorme lavoro di arrangiamento e produzione che c’è dietro ogni singola traccia. Questa ricerca ossessiva del suono perfetto li ha portati a cambiare produttore dopo 2 mesi dall’inizio delle registrazioni del loro secondo lavoro “Room on fire” (2003). Avevano infatti iniziato le sessions col pluririconosciuto Nigel Godrich, il cosiddetto sesto membro dei Radiohead, produttore oltre di quasi tutti i lavori della band di Oxford, di gente come Beck e i Pavement, quindi sicuramente non l’ultimo arrivato. Ma nonostante il lungo curriculum di Godrich, gli Strokes avevano molto chiaro in mente cosa volevano. Ed era qualcosa di diverso. Il loro sound riprenderà pure tanto dal passato, ma resta esclusivamente loro.
Anche nel caso degli Strokes, come di tutte le grandi band che hanno fatto la Storia del Rock, non sono mancate le critiche inferocite, rivolte non solo alla loro musica o al loro look. La critica che fin dall’esordio colpì la band cercando di sporcarne il nome (chiaramente un segno dell’invidia che suscitavano), riguardava le possibilità economiche dei ragazzi, dipinti come un fortunato quintetto di ventenni provenienti dall’altissima borghesia dell’Upper East Side. A tali critiche non si può rispondere che in un modo: i soldi sicuramente possono dare un grande contributo all’inizio, perché mettono a disposizione un maggiore e miglior numero di mezzi. Ma poi bisogna saperli sfruttare questi mezzi, la creatività non dipende certo dai soldi e se non vali niente non sarai ricordato da nessuno, almeno musicalmente parlando. In questo l’arte è totalmente democratica!
L’altro malinteso del decennio (che non riguarda solo gli Strokes) riguarda la parola “Indie” e la nostra mania di etichettare tutto. Ne è nato lo stesso dilemma ossessivo che ci perseguita riguardo alla parola “Pop” (musica leggera di facile ascolto e mainstream o genere musicale ben definito di cui gli stessi Beatles sono stati i più famosi esponenti?). Anche la parola “Indie”,infatti, sembra possedere un doppio significato. Tale parola, come spiega finemente Wikipedia, è “un neologismo inglese derivato dalla contrazione del termine “independent”, riferibile ad un insieme di generi musicali caratterizzato da una certa indipendenza, reale oppure percepita, dalla musica pop e da una cultura cosiddetta mainstream (cultura di massa), nonché da un approccio personale alla musica stessa”. In questo senso tutto il rock è Indie rispetto al Pop. Ma nel senso che si è andato delineando in questo decennio la parola “Indie” ha assunto un altro significato che non indica un’attitudine, ma delinea un genere musicale più o meno preciso, il cosiddetto “indie rock”,di cui dicevamo sopra: un garage rock con chitarrine taglienti,tempi quadrati, pochi accordi, veloce e “divertente”. In questo secondo significato l’ultimo decennio musicale l’hanno iniziato inconsapevolmente gli Strokes, pioneri di quel significato della parola “Indie” che è andato poi volgarizzandosi in ciò che abbiamo su descritto. Da “Is this it?” ad oggi, tutti hanno cercato di imitare i Nostri, diventati il termine di paragone verso il quale affacciarsi alla musica. Si parlava dei primi Kings of leon come di “Southern Strokes”, o dei Libertines come di “British Strokes”. Gli stessi Arctic Monkeys hanno iniziato facendo cover degli Strokes. E questo solo per citare alcune band, che hanno avuto molto successo in questi anni ’00. Tutti i personaggi dell’Indie che ora fanno un sacco di soldi, lo devono agli Strokes.
Un ultimo punto fondamentale distingue gli Strokes da tutto il marasma di band che ha cercato di imitarli e li rende totalmente unici : la loro città di provenienza, New York. Gli Strokes sono l’incarnazione musicale di New York. Nella loro musica c’è l’isteria di una città che viaggia sempre a duemila, ci sono le metropolitane che non chiudono mai sempre strapiene di gente, l’aria romantica e vintage che si respira da St. Marks Place a tutto il Lower East Side. Sono Ludlow Street, sono Willamsburg. La frenesia mista a meraviglia che solo la capitale del mondo può dare. Gli Strokes sono New York, sono la rivelazione sotto nuove forme dello stesso spirito incarnato dai Velvet Underground ,dai Ramones, dai Suicide, dai Television e dai Sonic Youth. Gli stessi membri della band hanno parlato in questi termini del legame della loro musica con New York. Casablancas ha detto “noi siamo ciò che New York crea”, e poi “la tensione che c’è a New York e la sua energia si riflettono in tutto quello che fai”. E Fab Moretti gli ha fatto eco approfondendo le sue parole: “credo ci sia qualcosa di profondamente newyorkese in quello che suoniamo. […] Quando sei una band e vieni da New York City è come se portassi dentro una specie di marchio di fabbrica che esce insieme alla musica. Non è necessariamente nelle note che suoni o nelle parole che canti: è più come un’energia che scorre dentro le canzoni, è come se New York e la gente che vive qui fluissero inevitabilmente all’interno della musica che facciamo”.

Alessandro Lepre

  5 Responses to “Come gli Strokes hanno cambiato il decennio”

  1. Che il dio della musica, se ne esiste uno ti perdoni…

  2. Ciao Fabrizio!

  3. [...] Strokes sono tornati! Alla grande, aggiungerei. 5 interminabili anni di pausa dall’ultimo disco, “First [...]

  4. [...] Strokes gravitano nella loro orbita di ombre e rock’n’roll. Una band ai limiti dell’addio, vittima di [...]

  5. Sono d’accordo. Io li adoro e li ascolto da quando avevo 12 anni ed ora ne ho 22! Sono 10 anni che li seguo e sono la mia band preferita. Quando leggo queste cose sono molto contenta perché significa che c’è sempre qualcuno che non ha mai smesso di apprezzare la buona musica!

 Leave a Reply

(required)

(required)

*


You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>