Ott 282015
 

(Bravo Dischi, 2015)

★★★½☆

Joe Victor AlbumUna scalata davvero incredibile quella dei Joe Victor, se pensiamo che il loro percorso è iniziato da poco più di un anno. È ben impressa nelle nostre menti la grande sorpresa quando, in un Circolo degli Artisti ancora semivuoto (ma zeppo come un uovo a fine serata), la band apriva il launch party organizzato dall’etichetta capitolina Bravo Dischi, entusiasmando con una performance di neanche mezzora tutti i presenti, in un’esplosiva e personalissima miscela di folk, classic rock, soul e reggae.
Era il 23 ottobre e, da quella sera, la strada che la band ha solcato nell’arco di poco più di 365 giorni è stata lunga e fortunata, con un seguito (almeno nella capitale) che è andato a crescere in maniera impressionante, passando dall’Auditorium di Roma alla nostra festa slowcultiana, fino alle più recenti partecipazioni allo Sziget Festival e alla trasmissione televisiva Gazebo.

Con live così coinvolgenti, sudati e appassionati, la prova in studio si rivelava davvero come un importante banco di prova, confermato dall’ impressione che i due brani presenti nell’ EP della Bravo Dischi non rispecchiassero perfettamente lo spirito della band. E, a onor del vero, anche in questo atteso debutto “Blue Call Pink Riot”, la furia selvaggia e travolgente prodotta sul palco è si presente, ma non agli stessi livelli di quando si ha la fortuna di incrociarla a tu per tu in un live club.

La partenza con i primi due brani, “Bamboozled Heart” e “Love Me” rivela una leggera carenza di intensità rispetto all’esecuzioni live, sottolineata anche da una unidirezionalità riconducibile all’accomunanza delle due canzoni con sonorità reggae tra Rino Gaetano e Manu Chao. Una mancanza comunque tipica alla maggior parte dei gruppi per i quali il loro habitat naturale non è lo studio, ma il palco. Ma d’altronde, anche solo la tripletta “Made To B. The 1” (tra Springsteen e gli Who di “Baba O Riley”), “Tomi” (quasi dei Simon & Garfunkel alle prese con un canto tradizionale) e “Electric Life” (un epico country rock in minore memore degli Urge Overkill di Pulp Fiction), potrebbe contribuire a mettere continuamente in dubbio questa impressione.

Un’impressione che invece scompare del tutto quando i Joe Victor si cimentano con le ballad, indubbiamente i momenti più coinvolgenti dell’intero lavoro: in “Days”, a un songwriting classico beatlesiano alla “Golden Slumbers”, si affianca un particolarissimo arrangiamento di tastiera nell’intro strumentale, a cui segue un assolo centrale che ricorda incredibilmente le colonne sonore di Carlo Rustichelli per Germi e Risi. Un esempio di come, se ben dosati, due linguaggi musicali agli antipodi possano convivere in totale sintonia.

Ma a colpire più di tutte è “All The Ladies”, una piccola gemma rock romantica dove ogni cosa funziona alla perfezione, nella quale (ancora) i Beatles, l’Harry Nilsson di “Everybody’s Talkin” e l’America dei cori dei Byrds dialogano appassionatamente in un continuo rincorrersi dinamico. È questo senza ombra di dubbio il momento più alto del disco, durante il quale a emergere in tutto il suo splendore è l’elemento più stupefacente della band: gli intrecci vocali del cantante Gabriele Mencacci Amalfitano e del tastierista Valerio Almeida Roscioni, davvero eccezionali.

Gli esperimenti electro-soul di “Thank You John” (con una superlativa prova vocale) e gli omaggi al rock più classico dei Creedence Clearwater Revival (“School Bus”) portano alla conclusione un lavoro eterogeneo e sapientamente costruito, un ottimo biglietto da visita per una band che esteriorizza nella maniera più vitale e sincera possibile tutto il proprio amore nei confronti dell’America anni 60-70, comunicandolo in maniera immediata all’ascoltatore, sebbene forse in maniera meno diretta rispetto ai live. Ma il segnale di trasmissione, anche qui in studio, è forte e chiaro, eccome.

Recensione di Federico Forleo

Joe Victor 2

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