Giu 232013
 

Roma, Traffic Live Club, 16 maggio 2013

★★★★☆

Sbarca per la prima volta a Roma uno dei più interessanti gruppi della scena metal mondiale del nuovo millennio, gli statunitensi Agalloch, originari di Portland nell’Oregon e attivi dalla seconda metà degli anni ’90. Ad ospitarli in una delle ultime date del loro Lucifer Over Europe Tour è il Traffic Live Club, di cui va sottolineata l’ottima e dettagliata acustica, anche a volume alto, un aspetto purtroppo non comune a tutti i club di Roma, che permette di fruire nel modo migliore del concerto.

La personale estetica musicale del quartetto, il cui nome deriva da un legno resinoso e profumato utilizzato come incenso, muove da una fusione atmosferica e fortemente evocativa di black metal, post-rock e folk apocalittico, generi apparentemente distanti che il quartetto ha saputo intrecciare abilmente sfruttandone gli aspetti più epici e legandoli a tematiche oscure, intrise di paganesimo. La discografia degli Agalloch, quattro full-length e una miriade di EP (alcuni dei quali si aprono a ulteriori sonorità, lasciando spazio anche ad influenze ambient), si muove sull’equilibrio fra queste diverse componenti, dando risalto di volta in volta all’una o all’altra. E dunque mentre il primo album “Pale Folklore” (del 1999) sebbene ricco di spunti interessanti si mostrava ancora un po’ acerbo e a tratti troppo debitore verso i primi dischi degli straordinari norvegesi Ulver, è con i successivi “The Mantle” (2002) e “Ashes Against The Grain” (2006) che la sintesi degli Agalloch raggiunge le sue massime vette espressive e compositive. “The Mantle” poggia su un sostrato black metal ed è imbevuto di freddissime ambientazioni folk esaltate dalle chitarre acustiche, mentre “Ashes Against The Grain”, il loro disco migliore, è in debito verso le atmosfere di gruppi lontani dal metal come Godspeed You! Black Emperor e Mogwai. L’ultimo album “Marrow of the Spirit” (uscito nel 2010) ha diversi buoni momenti, ma manca della stessa ispirazione dei suoi predecessori e abbandona i timbri potenti ma rarefatti di “Ashes Against The Grain” in favore di un suono più aspro e aggressivo, con una decisa virata verso il black metal.

Il Traffic è praticamente pieno per la band americana e accoglie con un certo favore anche i Fen, il trio inglese (il cui ultimo disco “Dustwalker” è stato pubblicato dall’etichetta italiana Code666) che ha aperto le date del Lucifer Over Europe Tour. La band suona una musica vicina a quella degli Agalloch, fondendo black metal e post-rock, ma che risulta meno incisiva e più scolastica, e a tratti ingenua e raffazzonata, per quanto piuttosto varia (per quello che il genere consente) e suonata bene. Nulla di spiacevole, comunque, ma quanto basta per scaldare il pubblico prima della portata principale.

È John Haughm, cantante, chitarrista e leader della band di Portland, il primo a salire sul palco, e ad iniziare il rituale solenne e oscuro del concerto, con l’ostensione di un paio di zampe di cervo e l’accensione di alcuni incensi, per immergere il pubblico in un’atmosfera pagana, fumosa. Con la band finalmente al completo sul palco, e dopo una breve introduzione strumentale, il concerto parte con “Limbs”, che apriva in maniera sensazionale “Ashes Against The Grain”, e ne mostrava più che negli altri brani le forti influenze post-rock: la prima parte è un magnifico crescendo, evocativo e solenne, che porta fino all’epica esplosione del cantato, uno scream malefico che però sembra sussurrato.

La successiva “Ghost of the Midwinter Fires”, unico brano in scaletta tratto dall’ultimo album “Marrow of the Spirit”, è un continuo alternarsi di sfuriate black metal e momenti più ariosi fatti di chitarre ricche di delay. Va detto che a dispetto dell’alta qualità della loro musica gli Agalloch non sono degli straordinari esecutori, e si notano diverse imprecisioni soprattutto da parte del batterista Aesop Dekker, comunque compensate da una buona creatività delle sue partiture. Anche la scelta dei suoni delle chitarre non convince appieno rispetto a quanto sentito su disco, dove abbondano le chitarre acustiche e le elettriche sono cesellate con cura. Né sono dei grandi uomini da palco: piuttosto statico e inespressivo il pur bravo bassista Jason William Walton, troppo rock e “simpatico” (rispetto alle atmosfere oscure che la musica vuole evocare) il chitarrista Don Anderson, che ogni tanto si lascia andare anche a qualche virtuosismo di troppo. L’unico che sembra davvero calato nella parte è Haughm: capelli lunghi, occhi chiusi, scream glaciale e cantato pulito espressivo e più che perfettamente intonato, oltre che curiosamente simile nel timbro a quello della straordinaria e compianta Nico, la musa di Andy Warhol all’epoca dei Velvet Underground. In ogni caso questi difetti, che è giusto sottolineare, non intaccano la bellezza di molti dei brani suonati, né l’atmosfera del concerto, come testimonia l’ovazione del pubblico per “Falling Snow”, ancora da “Ashes Against the Grain”, un pezzo semplice e dritto, quasi pop per questo contesto, con splendide aperture melodiche, accelerazioni e frenate improvvise.

È quindi la volta del brano più recentemente pubblicato dalla band, “Faustian Echoes”, uscito nel 2012 come EP digitale: è un’unica lunghissima (supera i venti minuti) suite basata sul Faust di Johann Wolfgang von Goethe, che si muove possente e massiccia fra esplosioni black metal e implosioni doom, intervallate da sezioni più dilatate, e qui la qualità esecutiva della band mostra meno sbavature, mettendo a risalto la potente e drammatica epicità del brano.

Dalle produzioni più recenti si passa a quelle più vecchie, e dal primo album “Pale Folklore” viene estratta “The Melancholy Spirit”, un altro brano molto lungo, dall’andamento solenne e chiuso da una placida coda di pianoforte. Ma è con la splendida sequenza di due brani tratti da “The Mantle” che il concerto raggiunge il suo picco: “You Were But A Ghost In My Arms” è una poderosa cavalcata costellata di grandi melodie e di linee vocali particolarmente fortunate, che si esaltano in contrapposizione alle sezioni in cui domina lo scream e le chitarre si intrecciano in armonie dal sapore black metal. La successiva “In The Shadow Of Our Pale Companion” è uno dei migliori e più rappresentativi brani della discografia dei quattro di Portland, con il suo incedere lento e maestoso, il suo testo che parla di solitaria contemplazione delle magnificenze della natura, gli eccellenti intrecci delle chitarre pulite (nella versione su disco queste parti vengono suonate su chitarre acustiche e classiche, i cui suoni le rendono ancora più suggestive e ancestrali), le linee vocali che esaltano tutta l’espressività vocale di John Haughm, fino alla marcia finale in crescendo che sfocia in un assolo melodico e sognante di Don Anderson.

Per chiudere il concerto gli Agalloch omaggiano direttamente i padri spirituali del neofolk, gli inglesi Sol Invictus, con una cover della loro “Kneel To The Cross”, già registrata nel 2001 per l’EP “Of Stone, Wind and Pillor”, e cantata a gran voce da tutto il pubblico. Va segnalato con una punta di orgoglio che nel presentare il pezzo Haughm coglie l’occasione per citare fra le sue influenze più importanti anche i romani Spiritual Front, altri rappresentanti fondamentali del suono neofolk.

Da “Of Stone, Wind and Pillor” è tratto anche l’omonimo brano (dispensabile, per la verità) con cui gli Agalloch risalgono sul palco per i bis, e che mostra nei suoi riff il lato più strettamente metal della loro musica, ma lascia spazio anche a qualche apertura più melodica. La chiusura vera e propria dello show viene invece affidata alla suite in tre movimenti “Our Fortress is Burning”, che chiudeva magnificamente “Ashes Against The Grain”. Il primo movimento è un bellissimo strumentale, rilassato e cristallino, ma accumula lentamente una sinistra tensione che si sviluppa nel secondo movimento, caratterizzato da un incedere lento e in costante crescendo e da ispirate melodie della chitarra, fino alla deflagrazione disperata dello scream di Haughm che sentenzia “The god of man is a failure, and all of our shadows are ashes against the grain”. L’apocalittico tema finale non sfigurerebbe in un brano dei Godspeed You! Black Emperor e sfuma in una lunga coda noise, terzo ed ultimo movimento della suite, e degna chiusura di un concerto eccezionale.

La forza degli Agalloch sta tutta nelle atmosfere desolate ed epiche, fatte di fuoco e neve, montagne ed alberi, toni bianchi e grigi che il quartetto riesce a evocare pur utilizzando pochi accordi e arrangiamenti tutto sommato semplici, che sorreggono le emozionanti melodie delle chitarre e l’intensa, drammatica vocalità di John Haughm. Poco importa se la band sia rivedibile sia dal punto di vista estetico che esecutivo, e se il sound ricercato creato su disco possa essere solo in parte riprodotto dal vivo. Finché un concerto degli Agalloch riuscirà ad evocare quelle atmosfere si può stare tranquilli, e lasciarsi trasportare.

Live report di Andrea Carletti

Foto di Francesca Fusina in Creative Commons, scattate durante la data del tour immediatamente successiva a quella romana, il 17 maggio 2013 a Romagnano Sesia (NO).

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