Apr 052010
 

Roma, Circolo degli Artisti, 25 marzo 2010

★★★½☆

Occhi bassi e timidi quelli di Markus Acher, avvolto da luci soffuse e tenui, la sera del 25 marzo al Circolo degli Artisti. Strano se si pensa che l’artista in questione è il leader di una band che calpesta palchi da più di vent’anni; non l’ultimo dei novellini, insomma, o il primo degli sfigati. Loro sono i Notwist, finalmente di ritorno a Roma, dopo il grande successo del tour 2008. Anche stavolta, c’era da aspettarselo, l’ennesimo sold out, nonostante l’assenza di nuovi lavori da promuovere. Questa serata ha infatti tutta l’aria e il sapore di una “data-greatest hits”, un voler confermarsi presenti agli occhi/alle orecchie di un pubblico che troppo in fretta dimentica. Uno strategico rispolverare la memoria di sé, proponendo ai fedelissimi una scaletta degna di un ‘the best of’. Così i fratelli Acher, Markus voce e chitarra, Micha al basso, partono per un nuovo tour europeo, che tocca l’Italia, la Svizzera e la Danimarca, passando per la patria Germania. Sul palco con loro un enorme xilofono, centralissimo per posizione e ruolo; poi tastiere/synth e batteria. La band, così al completo, apre le danze con ‘Boneless’, tratto dall’ultimo ‘The Devil, You + Me’ (City Slang, 2008), e prosegue poi con ‘Pick up the phone’, una chicca dal più datato ‘capo’lavoro ‘Neon Golden’ (City Slang, 2002). Le luci rimangono basse per tutta la durata del concerto, ad enfatizzare atmosfere rarefatte melodico-sperimentali. E la carta vincente di questi timidi tedeschi risiede proprio nel saper fondere sonorità pop ed indierock a continue sperimentazioni, su una base costante di elettronica minimalista. Synth e xilofono arricchiscono con dolcezza i giri di basso. E la chitarra di Markus si presta ad accompagnare tanto i momenti più soft quanto quelli più deliranti e non convenzionali. La scaletta attinge anche da ‘Shrink’ (1998) e brani come ‘Chemicals’ riportano a momenti di indietronica anni ’90. Ma il picco di partecipazione del pubblico si raggiunge con pezzi come ‘Pilot’, il cui testo sembra conosciuto a memoria da più di metà della sala. “Not a sentence to describe this desperate state” canta Markus “….we step into a room of opaque air”. E l’aria sì, è opaca e densa, intrisa di una certa dolce malinconia. Altre chicche come ‘This Room’ s’alternano a brani più recenti tra cui ‘Gloomy Planets’ e ‘The Devil, You + Me’, ad impreziosire la serata. Il primo bis ci regala ‘One With The Freaks’, assieme ad un lungo assolo strumentale, sospeso tra lo psichedelico e il sognante. Acclamati dal pubblico tornano ancora una volta in scena: non potevano infatti andar via se non sulle note dell’irrinunciabile e storica ‘Consequence’. Gran bella esibizione, quest’ultimo pezzo come tutto il concerto, intenso e coinvolgente come speravamo che fosse.

Recensione e foto di Rosa Paolicelli

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  2 Responses to “The Notwist: questi timidi scapigliati”

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  2. […] ed è cresciuta quest’opera è più da ricercarsi nella tradizione europea (Sigur Ros e Notwist in primis) che in quella più espressamente anglosassone. La produzione di Giulio Favero ha […]

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