Ago 192012
 

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 26 luglio 2012

★★★★☆

Il ventunesimo secolo è ormai nella sua seconda decade, ma siamo tutti perfettamente memori della storia musicale del ventesimo secolo e quando andiamo a vedere mostri sacri come i Beach Boys esibirsi, questa ci assale di nuovo. Perché quelle immagini in bianco e nero di ragazzi con camicie a righe blu e gialle e pantaloncini “alla zuava” con in braccio un surf fanno parte della memoria collettiva dell’intero pianeta, quando ancora vai in qualche discoteca, in qualunque parte del mondo, anche solo leggermente piu’ “alternativa” e vedi qualcuno che balla quasi twistando e con le dite a forma di forbice che passano sugli occhi, anche se non li sta ascoltando in quel momento è ai Beach Boys che sta pensando.
Dicevamo la storia. La storia dei Beach Boys ha attraversato varie fasi, alcune più danzereccie, altre musicalmente parecchio complesse e altre ben poco convincenti. In questo tour del cinquantennale della loro esistenza, i “ragazzi da spiaggia” vogliono rievocare tutte queste fasi, ben sapendo però che il pubblico ha in mente alcune canzoni ben precise per le quali ha pagato il biglietto e che vuole assolutamente sentire. Appare abbastanza evidente quale sia la struttura della scaletta base che i ragazzoni (70 anni in media a testa) stanno proponendo in giro per il mondo: una lunga prima parte dedita quasi esclusivamente alla surf music dei primi ’60, dove la fanno da padrone alcune hit dei primi anni ’60, diverse canzoni minori che magari sono state B-Side o comunque nei primi album, e altre canzoni dallo stesso sound surf’n roll prese anche da altri decadi, che quindi possono essere eseguite in questo contesto, sia rockabilly che ballate. Tutto questo per far contenti Al Jardine e Mike Love, che sembrano proprio essere nati per essere i ragazzi copertina che strizzano l’occhio al pubblico. Stiamo parlando, per fare qualche esempio, di Do It Again, Surfin’ Safari, Little Honda, Hawaai, Getcha Back, Shut Down, Be True To Your School (Mike Love ci tiene a farci sapere che è “una canzone molto importante, perchè si parla dello spirito patriottico”) , Little Deuce Coupe, 409, e alcune cover come Then I Kissed Her, Come Go With Me e Why Do Fools Fall in Love, oltre a canzoni che già fanno intravedere qualcosa di piu’ profondo, come Surfer Girl, Please Let Me Wonder e Don’t Worry Baby (la risposta a Be My Baby delle Ronettes e scritta da Phil Spector).
Nella seconda parte si decide di affidare il destino della serata alla persona che ha cambiato storicamente il destino della band: stiamo parlando ovviamente di Brian Wilson. Si vuole cominciare questa sezione un po’ in sordina, proponendo qualche pezzo che potremmo definire “di secondo piano” delle opere più ispirate dei Wilson (ben sapendo che così definendole li stiamo quasi offendendo) come I Get Around, In My Room, Sail On, Sailor e All This Is That (scritta dal compianto fratello Carl), e utili per fare da spartiacque, si spara il nuovo singolo That’s Why God Made The Radio (dall’ultimo album, omonimo, uscito quest’anno) e poi si inizia una cavalcata micidiale: Heroes And Villains, God Only Knows (lo sapete già che è il pezzo preferito di Paul McCartney?), Sloop John B, Wouldn’ It Be Nice, Good Vibrations, California Girls. Tutte canzoni, queste, provenienti da una sensibilità musicale molto profonda, che è quella del genio timido di Mr.Brian Wilson.
Un signore che, nonostante abbia accettato di partecipare alla reunion, sembra molto distaccato dal resto dei compagni in questo concerto. Come dicevamo prima, Love e Jardine fanno di tutto per catturare l’attenzione del pubblico su di loro; anche Bruce Johnston ogni tanto ci prova, e David Marks, pur impegnato negli assoli, è comunque in prima fila insieme agli altri. Brian è invece sempre dietro al piano, quando viene chiamato per salire sul palco entra quatto quatto come fosse l’ultimo dei musicisti della band (mentre nella realtà è il primo) e ogni tanto addirittura molla le mani del piano e se le mette sulle ginocchia, non si capisce bene se il motivo è che in quei punti il piano non c’è oppure perché proprio non gli va di suonare. Ma quando è chiamato in causa per il canto e per i pezzi dove il pianoforte è molto importante, in particolare nella sezione che abbiamo appena descritto, svolge perfettamente il suo compito. Credo proprio che chi ha avuto la fortuna di vederlo nei suoi tour individuali degli ultimi anni ha visto il meglio del suo meglio, qui dobbiamo accontentarci di vederlo come un membro della band come tutti gli altri, consci del fatto che non lo è. Noi suoi ammiratori lo scusiamo facilmente di questo suo atteggiamento, sapendo di tutto quello che ha passato nella sua vita (rimando a una sua biografia, va bene anche la voce a lui dedicata su Wikipedia, per capire meglio di cosa sto parlando). La sensazione è che i suoi interessi musicali sono più ampi di quelli dei compagni, e forse non è più quindi tanto interessato da certa musica piu’ semplice. Ricordiamoci anche che tutti gli altri musicisti che accompagnano i Beach Boys in questo tour sono i suoi, quelli che solitamente si porta in giro per il mondo senza Love & Company.
La terza parte torna sul classico surf’n roll che gli aveva portati a fare i soldoni all’inizio della loro carriera: Dance Dance Dance, All Summer Long, Help me Rhonda, le cover di Rock and Roll Music (la loro cover è degli anni ’70, ma musicalmente siamo in linea con gli altri pezzi) e di Barbara Ann (è una cover di un gruppo che si chiamava Regents, forse questo molti di voi non se lo aspettavano eh?), e poi ancora Kokomo (del 1988), Do you wanna dance (ricordiamo anche una versione dei Ramones di questa cover di Bobby Freeman) e Fun Fun Fun, per mandare tutti a casa nel giubilo generale.
Secondo me cosa penso dei Beach Boys in generale l’avete già capito. Solo Brian Wilson aveva capito che tipo di gruppo poteva diventare, solo lui aveva capito che il surf’n roll vocale degli inizi aveva enormi potenzialità per diventare persino musica da camera, e probabilmente solo lui e i due fratelli (Carl e Dennis, non più fra noi) sapevano cosa fare per compiere questa impresa. Un concerto del genere non rende purtroppo pienamente giustizia a tutta la profondità musicale che i Beach Boys sono riusciti ad esprimere. Ma quando esci da un concerto del genere, sai comunque che davanti agli occhi ti sono passati 5 ragazzi di una certa età che hanno fatto la Storia e che te l’hanno fatta rivivere davanti ai tuoi occhi, come nemmeno i tuoi genitori, forse, l’hanno vista.

Christian Dalenz con la collaborazione di Daniele Rotatori, la bibbia italiana dei Beach Boys
foto di Guy Webster

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